Fran Healy @ Circolo degli Artisti [Roma, 23/Febbraio/2011]

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Avere 30 anni o poco più e parlare di operazione nostalgia. Eppure di questo si tratta, stasera: alzi la mano chi è qui al Circolo degli Artisti per sentire ‘Wreckorder’, il disco dell’esordio solista di Fran Healy, più conosciuto come la mingherlina voce dei Travis, apprezzabilissima band che, a metà degli anni ’90 cavalcò l’onda della cool britannia senza però minimamente nascondere le proprie radici – e accento – scozzesi. Sì, apprezzabilissima: e non storca il naso chi tira in ballo la sofisticazione musicale a tutti i costi per sfoderare un aggettivo così, con tanto di suffisso superlativo. Apprezzabilissima anche solo a guardar bene un disco su tutti, ‘The Man Who’, o anche solo a riconoscere agli slow tempo di Healy e soci di non essere sprofondati mai nella malinconoia di certi successivi Coldplay o, aiutatemi a dire, di schiere di innominabili come Keane e via discorrendo.

Fatto sta che stasera il ragazzo, un po’ attempato, è solo i compagnia di un paio di chitarre e di una manciata di canzoni tra passato (tanto) e presente (poco e quasi superfluo). Basta poco per scoprire che, assieme all’armamentario classico di cui sopra, il minuto scozzese sfoggia anche un impellente desiderio di interagire con il pubblico e una leggerezza rara. Esordisce scusandosi per la lunghissima assenza dal suolo italico: tutta colpa del promoter che ci abbindolava dicendo che nessuno sarebbe venuto a sentirci qui in Italia, sostiene. Comincia con ’20’, una b-side da singolo del disco d’esordio dei Travis e comincia, così, anche la suggestione del viaggio nella memoria: riassumere 15 anni di vita in poco più’ di 2 ore di chitarra da solo con voce e chitarra richiede sì un’indole da intrattenitore. Ma richiede soprattutto una manciata di ottime canzoni. Non è detto che queste canzoni siano in ‘Wreckorder’, primo – ed unico fino ad ora – disco solista di Fran: nonostante le illustri collaborazioni (con la sempre adorata Neko Case, dei New Pornographers o, persino, col sempre leggendario Paul McCartney), le canzoni del disco nella dimensione dal vivo non guadagnano un granché, anzi, risultano ancora piu’ appiattite nella dimensione acustica. Non si può negare il piacere, tuttavia, di sentire Fran raccontare come questa o quella canzone, principalmente nel caso di quelle nuove, sia nata da aneddoti domestici e retroscena familiari, con protagonista su tutti Clay, il figlio di Fran.

Eppure bisogna comunque dribblare questi nuovi pezzi e arrivare alle perle del passato per sentire vibrare e cantare il Circolo: su ‘Writing To Reach You’ è già tripudio e persino una canzone blanda ‘Come As You Are’ viene accolta dal sussulto generale, solo perché catapultata questa sera dal fasto di ‘The Man Who’. Scene simili, incoraggiate anche dalla semplicità karaokista del ritornello, avvengono su ‘Sing’. La folla dei post trentenni invoca e plaude la nostalgia di ‘Tied to the 90s’, sempre dal primissimo album della band, e finisce anche per cantare la cover di ‘Baby One More Time’ di Britney Spears, che già col gruppo Fran aveva cominciato a proporre in chiave di sofferenza parodistica, facilitando la digestione del pezzo a un pubblico normalmente di gusti abbastanza diversi. La dimensione da piano-bar, tutta “nostalgia portami via” e canzoni on demand prolifera incontrollata nel bis: tra un corda rotta e l’ennesimo ringraziamento, arrivano una dietro l’altra ‘Closer’, ‘All I Wanna Do is Rock’ e, soprattutto, ‘Why Does It Always Rain on Me?’, pezzo simbolo di quel gruppo che il segno forse non lo lascerà nella storia del rock, ma nel cuore e nelle corde vocali di tanti postadolescenti qui stasera decisamente sì.

Chiara Fracassi

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