Forest Swords @ Circolo degli Artisti [Roma, 16/Aprile/2014]

636

Due EP di ottima fattura e un album d’esordio, ‘Engravings’, a cui giustamente affibbiare l’etichetta di capolavoro hanno reso il nome di Matthew Barnes aka Forest Swords una delle più interessanti, originali e affascinanti realtà dell’elettronica contemporanea, nonostante delimitare la proposta del ragazzo inglese nei confini del genere sia oltremodo riduttivo. Trip-hop, dub(step), psichedelia, drone, ambient confluiscono tutti insieme, avvolti in aurea esoterica, mistica, pagana. I suoni della metropoli snaturati della provenienza urbana e trapiantati nel fascino rurale e nel retaggio celtico della penisola di Wirral, albionica terra di brughiere dove il Nostro opera oggi. Un plauso, pertanto, va ai ragazzi di LSWHR che hanno invitato Forest Swords al Circolo degli Artisti, peraltro allietando il pre- e il post-concerto con un Dj-set di altissima levatura, costellato di autentiche mine. Sono circa 200 i presenti quando, alle 23.15, Matthew Barnes fa il suo ingresso sul palco del Circolo accompagnato da un bassista. Flebili luci blu e i video sullo sfondo gli unici opachi tocchi di colore in una sala più buia rispetto a come la conosciamo per accogliere al meglio i suoni oscuri di Forest Swords. Che l’ipnosi dunque abbia inizio. Il set esordisce con alcuni estratti dell’EP ‘Dagger Paths’ eseguiti senza soluzione di continuità. A seguire i saluti introduttivi di rito – pronunciati con un accento smaccatamente inglese – l’avvento dei brani di ‘Engravings’. Beat circolari, estemporanei samples vocali, allucinazioni droniche, loop di tastiere, suoni che rimandano a culture lontane: questo è il mantra di Forest Swords. A rendere il tutto tremendamente affascinante sono le linee di basso suonate live, cariche di groove e in pieno stile reggae/dub. Le lezioni della Jamaica e del trip-hop hanno influenzato con successo l’allievo Barnes. Un vero e proprio valore aggiunto, soprattutto quando ad affiancarsi al basso interviene una chitarra crepuscolare, suonata da Matthew stesso, i cui giri twang e i cui arpeggi suggeriscono oniriche visioni di altre epoche. ‘Ljoss’, ‘Thor’s Stone’, ‘Miarches’ (ascoltatene il giro di basso e le ombre di Lee ‘Scratch’ Perry, King Tubby e Augustus Pablo si paleseranno ai vostri occhi) sono, per dirla con un’antitesi, moderni riti ancestrali. Poco rilevanti, ai fini della liturgia, le proiezioni sullo sfondo, le quali meriterebbero di essere valorizzate meglio. Dopo una quarantina di minuti, il bassista lascia il palco cosicché le redini del gioco tornino saldamente ad appannaggio di Barnes. Viene meno il groove, predomina il beat spezzato, i sample perdono profondità, aumenta l’inquietudine, i suoni si fanno più scheletrici, più spigolosi. ‘Gathering’ è l’emblema della direzione presa dall’esibizione nei venti minuti finali. È una chiusura in sordina, nella quale c’è spazio anche per un inedito. Una conclusione di buona fattura, tuttavia meno entusiasmante rispetto al resto del set. Barnes si accommiata e cala il sipario su un concerto che ci lascia abbondantemente soddisfatti, nonostante la lieve flessione finale. Volendo rivolgere una critica all’artista, probabilmente è quella di essere stato talvolta eccessivamente fedele a quanto presente nei solchi dei dischi. Quisquilie, considerata la pregiata caratura della proposta.

PS: Al banchetto del merchandise scambiamo qualche parola con il bassista, il quale rivelerà di suonare principalmente metal e di essere poco avvezzo alle linee di basso di scuola reggae interpretate nel corso del concerto. Il potere del metallo si annida ovunque.

Livio Ghilardi

Photo by Sophie Jarry