Föllakzoid @ Init [Roma, 22/Maggio/2014]

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La Sacred Bones Records è garanzia di qualità, basta dare un’occhiata all’impressionante numero di ottime proposte licenziato negli ultimi anni, da The Men a Pop 1280, da Lust For Youth a Zola Jesus passando per i Destruction Unit, una costante di musica incendiaria. In mezzo a un catalogo così gustoso e variegato, un quartetto di scombinati cileni ci sta benissimo, con quel nome intrippante e assurdo e una proposta musicale che travalica le Ande per sferzare teutonici crauti in mezzo a qualche deserto americano. I Föllakzoid (scritto con tanto di umlaut) sono così, quattro ragazzi di Santiago con il credo ben piantato in testa di sfruttare qualche forza gravitazionale di cui solo loro sarebbero a conoscenza per lanciare un ponte tra il Sud America e altri tempi, spazi e dimensioni. Tanto abituati in questo “dialogo” forse da ritrovarsi un po’ in difficoltà quando si tratta di interagire verbalmente con il pubblico dal palco, oltre alcune solite frasi di rito, e per niente appariscenti nelle loro mise con t-shirt, cappelli e barbe tranne quel chitarrista dai pantaloni a sigaro e sosia reale di Secco Jones dei Simpson, berretto incluso.

Poi, però, partono che è una meraviglia e in quel viaggio ti ci ritrovi anche tu, del Sud America senti l’alone mistico e senza neanche l’ausilio del peyote caro a Carlos Castañeda – che poi qualcuno tra i presenti abbia deciso di allargare ulteriormente le proprie porte della percezione, basta un’annusata all’aria fumosa della sala dell’Init per capirlo. Chiuder gli occhi è sufficiente, dondolare a ritmo regolare e osservato quasi religiosamente e ritrovarsi bersaglio di loop sovrapposti senza soluzione di continuità, con l’abbrivo del synth che catapulta in una dimensione space rock, una manna per devoti di Neu! e Kraftwerk attualizzata in modo non distante dagli ultimi lavori di Maserati e Holy Fuck. Di questi ultimi, emerge vigoroso dal vivo, laddove era ben più nascosto sul comunque monolitico album ‘II’ del 2013, l’andamento marziale e granitico delle ritmiche al punto da tracimare in un ambito quasi electro ma con la robustezza e la polvere dei Melvins, un caleidoscopio massiccio, anestetizzante e psichedelico reso totale nella lunga cavalcata in crescendo di ‘Pulsar’, summa massima del trip vaticinato dai quattro. Sì, che viaggio questi Föllakzoid.

Piero Apruzzese