Foals @ Alpheus [Roma, 15/Aprile/2008]

509

La serata è una di quelle fredde, umide, che ti colgono a tradimento. Di quelle che fanno ricordare di colpo la deriva delle stagioni, i disastri ambientali, i fulmini a ciel sereno. Che danno ragione alle profezie più nere dei meteorologi. Sarà per questo forse che l’Alpheus, che assiste di norma allo sciabordare più insistente delle nuove leve, è ridotto a platea tristemente semivuota. Un’ora dopo, e passata l’esibizione dei due gruppi di supporto, l’augurio che il locale passi al “semipieno” lascia il tempo che trova. Certo strano. Avevo capito che questi Foals, cinque turbati ma ben vestiti signorini di Oxford alla loro primo concerto qui a Roma, fossero dei trascinatori di folle. Tipi da prima pagina. Quel che si legge è di una band che ha alle spalle due singoli ben piazzati, nel 2007, e fresco di inchiostro il primo album – ‘Antidotes’, uscito per due etichette (Transgressive Records, e Sub Pop negli States) giusto il mese scorso. Sono chiari i paragoni con una certa scena indie rock che vira all’elettronica – Chk Chk Chk e Klaxons in testa. In comune coi primi c’è anche la metropoli newyorkese, che ha visto le registrazioni dell’album. E come se non bastasse, nei panni di produttore troviamo David Sitek, chitarrista dei tanto plauditi TV On The Radio. Mai come in questo caso, comunque, la dimensione live è la prova del nove più efficace. Intanto un processo alle intenzioni, più o meno palesate, dei cinque. Che si propongono di creare, su una base funk dance (certe conoscenze mi fanno notare la batteria in due mezzi, propriamente dance, conveniamo alfine), un prodotto elettronico. Ma nessuno strumento che sia tale. Qui ci si trova davanti a due chitarre, a un basso e a una tastiera che aggiunge giusto qualche rifinitura al fosforo. E altra nota interessante: Yannis Philippakis, mente e voce, mentre canta (nulla d’articolato, ben inteso) non si protrae nel classico accompagnamento da accordi, ma si riversa invece in un’infinità di melodie nette e cristalline sui tasti alti della sua chitarra. Tutto da lodare, finora. Tanto più avendo appurato che i pezzi più inclassificabili – quelli da ampi stralci strumentali, esplosioni sonore e poi rientro nelle linee del riff – superano ampiamente i quattro minuti. Non gioca tutto a loro vantaggio, però. La capacità di coinvolgere il pubblico con le canoniche due-tre hit da ballo – suonano ‘Cassius’ come secondo brano – si disperde sempre dopo la partenza. La gente si muove lenta, ondeggia, poco convinta. E non si spiega nemmeno la tendenza di Philippakis a girarsi di profilo rispetto al pubblico, a specchio col chitarrista. Quasi a guscio, che ci si sente tagliati fuori. Uno shoegazer a metà. Certo l’esplorazione tecnicistica è degna d’attenzione. Fra l’altro il batterista dimostra un talento fuori dal comune, e se la cava niente male col suo strumento. Ritmiche raffinate, tanta inventiva. Ma la questione è che, convinti dell’ennesima novità indie-pop con inclinazione per gli anni ottanta, ci siamo trovati davanti a una squadra di artigiani del suono. Bravi da sentir suonare, ma di piedi in movimento sul dancefloor non se ne sono visti. Anche se sarebbe bastato quel tantino di savoir faire, da parte loro. Giusto un po’ d’attenzione a noi che stavamo sotto. Meravigliati, ma estranei.

Filippo Bizzaglia

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here