Florence And The Machine @ Auditorium [Roma, 22/Luglio/2010]

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Entriamo nell’Auditorium esattamente nel momento in cui la rossa Florence Welch fa il suo ingresso nella cavea. L’effetto è straniante: essere qui la sera successiva all’ipnosi sciamanica di Jonsi e trovarsi davanti un palco spoglio e una fanciulla saltellante come la Trilly di Peter Pan comporta un discreto sforzo di contestualizzazione e adattamento. Quando il concerto parte sulle note di ‘Howl’, sono ancora lì a questionarmi dove sia finito il bosco notturno del folletto islandese. È solo un paio di brani dopo, su ‘My Boy Builds Coffins’ che comincio a studiare meglio Florence: la ventiquattrenne londinese indossa una leggerissima tunica lunare, che lascia scoperte gambe sottili ancora più pallide. Si muove con un’accuratezza studiata e leggiadra, frutto di anni di esercizi davanti allo specchio della sua cameretta, quando fuggiva dall’invadenza di una famiglia troppo allargata. Intona le sue canzoni arrampicandosi con la voce sulle volute dell’arpa, che davvero è lo scheletro sonoro dei brani, non semplicemente un orpello scenico. Saltella, sì, ma con la grazia di chi forse ha studiato balletto e con l’affettazione accennata di chi, in appena un paio d’anni, ha accumulato sufficiente esperienza scenica da potersi permettere di ballare su un palco a piedi nudi. È leggermente più composta di quanto la ricordassimo appena un paio di mesi fa, in occasione del Primavera Sound di Barcellona. Se allora era stata una divinità hippie, stasera l’incombenza dell’architettura di Piano non l’ha intimorita certo, ma l’ha trasformata in una sorta di cantrice pre-raffaellita.

Florence non è certo Joni Mitchell, non sarà mai Janis Joplin (anche se certi toni del bridge di ‘Hurricane Drunk’, un’intuizione di sacrilega similitudine ci sfugge di mente) e probabilmente non lascerà un’eredità musicale significativa ai posteri, ma è una performer profondamente viva, che si impossessa delle sue canzoni ogni singola volta che le ripropone e le restituisce con una gioia autentica al pubblico. Dinoccolata, scansa le coltri della notte su ‘Girl With One Eye’, ammicca e ancheggia su ‘I’m Not Calling You A Liar’, riproponendo quasi tutto il disco d’esordio, tra atmosfere alla “Sogno di una notte di Mezza Estate”, invocazioni soul, una cover dei Cold War Kids (‘Hospital Beds’) e un inedito (‘Strangeness and Charme’). Florence avvolge e coinvolge con una voce che non s’incrina neanche alla seicentosettaseiesima volta che ripropone ‘You’ve Got the Love’, il brano che le ha aperto le porte dell’ascolto anche al pubblico più distratto e lontano, una voce intatta anche in questa serata che sancisce la fine di un lungo e spossante tour europeo. Proprio su questo pezzo, come nella migliore delle previsioni, il pubblico dell’Auditorium scatta in piedi e si dimena. Ed è un bel vedere, sicuramente un vedere eterogeneo e composito: ci sono signorotti con moglie al seguito, forse nostalgici del movimento hippie di cui Florence ha una sorta di diluito retrogusto, non mancano i dj modaioli, le ragazze che si tengono mano nella mano, gli americani e gli irlandesi, le fashioniste tutte uguali che vorrebbero proprio la stessa nuance di capelli della Welch, i sofisticati post-adolescenti di metropoli con i loro occhiali pesanti. Ci siamo tutti. E tutti si fanno sentire quando Florence si congeda intonando ‘Dog Days are Over’, un inno alla felicità che dell’essenza di Florence+The Machine è la prova migliore. Un canto corale, pieno e vivissimo, che s’innalza nella notte romana, anche solo per qualche istante, a ricordarci che, per guardarla in faccia la felicità, basterebbe smettere di correre per solo un istante.

Chiara Fracassi

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