Fleet Foxes @ Piazza Castello [Ferrara, 3/Luglio/2017]

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I Fleet Foxes sono gente normale. Normalissima. Anche troppo. E lo sono diventati da quando Joshua Tillman, sul finire del 2012, ha deciso di lasciarli dopo circa quattro anni di flanellate e barbute avventure. La cosa curiosa è che oggi anche Father John Misty (il Joshua di cui sopra) è da annoverarsi come uno dei massimi esempi di ordinarietà artistica dai marcati tratti medi. Insomma i compagni e gli ex-compagni a vederli così non c’è dubbio che abbiano subito un’involuzione davvero preoccupante e non solo “esteticamente”. Perchè sia ‘Pure Comedy’ che ‘Crack-Up’ non sono riusciti più ad accendere quei fuochi sacri che avevano caratterizzato gli esordi. Così pastosi, così retro-vintage, così promettenti. In una città estense che aveva visto nei giorni scorsi l’abbaglio e le allucinazioni di una canicola senza precedenti, l’appuntamento è all’interno della sempre magica scenografia di Ferrara Sotto le Stelle, che si colora di un pubblico numerosissimo, anagraficamente vario, entusiasta in maniera a dir poco sorprendente. L’attesa è stata purtroppo ammorbata dal set di Hamilton Leithauser che da circa quattro anni ha giustamente mandato in “hiatus” la band madre The Walkmen, tra i più inspiegabili misteri (dolorosi) musicali del nuovo millennio. Ma solista il quasi 40enne fa anche peggio. Brani che non ci sono, che non catturano, ritornelli anziani, scarsa presenza sul palco. Insomma da dimenticare. Fin dal primo pomeriggio i Fleet Foxes hanno socializzato postando le bellezze della città ferrarese e le scorribande in bicicletta nel tranquillo circondario (episodio che verrà infatti ricordato poi sul palco). Una dimostrazione di serenità e voglia di divertimento che certamente è stata trasmessa lungo gli oltre venti brani proposti. Accompagnati da uno sfondo (semplice) con colori e immagini in movimento (mai invadenti) il piccolo collettivo americano è partito sicuro presentando praticamente mezzo ‘Crack-Up’. Paradossalmente, rispetto ai miei gusti, ho preferito proprio il concerto destinato al terzo disco che quello al servizio dei primi due (soprattutto nella parte centrale, ma è stato omaggiato anche l’EP ‘Sun Giant’) per poi ridestarmi nel lungo bis (o encore se avete bisogno di un termine più capace). Brevi intermezzi parlati, le richieste del pubblico esaudite proprio nella coda con ben tre pezzi. Non me ne voglia il nostro boss, che disprezza chi scrive report elencando senza senso brani su brani, potrò sicuramente ripagarlo promettendogli una maggior frequenza “giornalistica” su queste pagine, ma devo assolutamente fare la lista delle cinque perle che hanno chiuso l’esibizione. ‘Oliver James’ superata dalla toccante atmosfera creata da Pecknold uomo solo al comando su ‘Tiger Mountain Peasant Song’, superata a sua volta da una magnifica ‘In The Morning’ (mezzo punto guadagnato per aver citato gli angelici Bee Gees dei primi ’70), sorpassata però da ‘I Let You’ che rimane adorabile oltre ogni limite, fino all’arrivederci segnato dalla title track dell’osteggiato ‘Crack-Up’. Sudaticcia e abbastanza provata dalla lunga giornata, dalla lunga attesa, dal lungo arrivo, dal lungo pasto consumato, torno in albergo e come sempre accade quando devo “riportare” sensazioni e fare cronaca, comincio a ragionare a mente fredda, sdraiata su lenzuola fresche e luce spenta. Una meditazione notturna che porta ad una semplice conclusione. I Fleet Foxes mi hanno entusiasmata a metà, una metà non del tutto piena, ma pur sempre una bella metà. L’altra faccia della medaglia è invece scura in volto. Perchè i ragazzi di Seattle sono più America che Band, più pastorali che impastati, più glabbri che ispidi, più normali che particolari, più provinciali che metropolitani, sicuramente più country che folk (termine abusatissimo sui media in questi giorni di presentazione e racconto). I Fleet Foxes che mi avevano rapita in un lontano giugno di nove anni fa… non esistono più. Oggi sono un’altra cosa. Molto più leggera. Molto più distante da quei paesaggi lontani.

Silvia Testa

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