Fleet Foxes @ Atlantico Live [Roma, 17/Novembre/2011]

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Il 2011 era l’anno dell’attesa al varco per i Fleet Foxes. Dopo un debutto accolto in modo eccellente da gran parte della critica, trainato in particolare dal solito Pitchfork, e una cornice di pubblico talmente vasta da farli arrivare al disco d’oro in Gran Bretagna (che di questi tempi, non è poco), c’era un’enorme aspettativa sul nuovo disco del gruppo guidato da Robin Peckhold. ‘Helplessness Blues’ esce a Maggio, ancora per Sub Pop! e Bella Union, e riscontra sin da subito un’accoglienza degna dell’esordio. Il tour europeo porta i giovani astri nascenti della musica indipendente anche in terra capitolina per un concerto che vedrà fra il pubblico giovanissimi indie-kids alle prese con uno dei migliori gruppi folk del momento e attempati musicofili che ricercano le emozioni dei loro magici concerti degli anni ’60/’70 perduti ormai fra i solchi della memoria (o di DVD commemorativi). La serata romana di giovedì è particolarmente rigida tanto che rinuncio alla mia usuale tradizione di lasciare il cappotto in macchina. Poco fuori dalla sala c’è il banchetto del merchandising che mi accoglie con bellissime magliette ma desisto immediatamente non appena scorgo i prezzi  da capogiro (28 euro una maglietta! Per capirci, lo stesso prezzo del concerto). All’interno dell’Atlantico c’è già un discreto spiegamento di persone, intente ad ascoltare Alela Diane che propone un soporifero folk d’annata.

Ascoltando distrattamente inizio a subodorare che l’acustica del posto metterà a serissima prova la buona riuscita della serata. Per un attimo temporeggio augurandomi che sia semplicemente il classico copione da grande concerto in cui lo special guest ha un suono ridicolo e la band principale invece risveglia i morti. Invece no. Il concerto comincia fra le urla degli astanti con ‘The Plains/Bitter Dancer’ e noto che la situazione è cambiata in positivo ma non a sufficienza, la chitarra elettrica di Skyler Skjelset è al limite dell’inudibile, lo stesso vale per la tastiera di Wescott, in sostanza si sente metà della band, per non parlare della qualità media dell’audio in genere. Ci si domanda se non sia il caso di lasciare questi posti a band più muscolari ed evitare di portarci band che fanno dell’arrangiamento una ricca parte del loro sound. Nonostante questi problemi il pubblico è in visibilio, la band ci sa fare e la gemma ‘Mykonos’ che ci riporta al magnifico EP ‘Sun Giant’ riesce a farmi scordare dei soldi (mal)spesi e a farmi godere il concerto. Tuttavia c’è un imbarazzante vuoto fra i pezzi in scaletta, Peckhold biascica qualche parola che non arriva quasi mai alle orecchie dell’audience, in buonissima parte angolofono. L’idea è che a questi giovanotti non è che interessi più di tanto scambiare anche quel minimo sindacale di parole richieste a un concerto.

Invece dopo poco la serata romana si scalda del tutto, la band inizia a sembrare divertita, i pezzi di primo e secondo disco si alternano liberamente fra l’entusiasmo di un pubblico estasiato dal grande mestiere messo in campo dai Fleet Foxes. La naturalezza con cui la band di Seattle affronta il palco è veramente eccezionale, la grazia compositiva si riflette perfettamente nella prestazione live che ti catapulta nel loro universo pastorale. Per i bis è ora di andare sotto il palco, anche per scoprire se l’acustica da vicino guadagna qualche punto. Ahimé la situazione cambia di poco, certo il volume è inevitabilmente più alto ma le problematiche rimangono pressoché invariate. Il bis tuttavia è uno dei momenti migliori del concerto, si parte dalla dolce inedita ballata ‘I let you’ interpretata da un Peckhold che finalmente non lesina emozioni, si passa a da due cavalli di battaglia del primo disco, la bellissima ‘Sun it Rises’ e la trascinante ‘Blue Ridge Mountains’ durante la quale il frontman si diverte a stuzzicare il giovanissimo Skjelset. La titletrack, già eletto a inno della band, chiude il concerto alla perfezione, le luci si accendono e improvvisamente siamo di nuovo fra il metallo dell’orrendo Atlantico.

Luigi Costanzo

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