Flaming Lips @ Villa Ada [Roma, 3/Luglio/2006]

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Villa Ada è il posto perfetto per passare una serata in questi giorni di caldo bestiale, il suo microclima è quello che ci vuole per una bella rinfrescata lontani dall’asfalto rovente. Se poi nel posto perfetto si esibisce dal vivo anche il gruppo perfetto, la serata diventa memorabile. Mentre faccio la fila alla cassa per ritirare l’agognato accredito mi imbatto in una improbabile coppia davanti a me che chiede alla cassiera: “com’è che funziona? Quanto costa l’ingresso? 18? Ah … ma c’è un concerto? … ah c’è IL concerto… ma dentro si mangia? Ci sono le bancarelle vero? Vabbè entriamo”. E’ il mio turno, guardo la cassiera e scuoto la testa. Ma come cazzo si fa? Non ve li meritate i Flaming Lips brutti cafoni che non siete altro! Andatevene a casa, non voglio condividere questa esperienza con gente come voi! Mi calmo un po’, faccio finta di essere tollerante ed entro.

Ridendo e scherzando sono passati più di venti anni dall’avvento sulle scene di questa straordinaria band che definire storica è assolutamente d’obbligo. Una dozzina di album pubblicati (tutti di altissimo livello), un cambiamento graduale negli anni sia nella formazione che nello stile senza mai rinnegare le origini e mantenendo sempre una coerenza invidiabile. Quando entriamo già c’è Wayne Coyne (grandissimo personaggio) che nella sua giacca beige cammina sul palco. Per tutto il concerto degli Ok Go (il gruppo d’apertura) starà a bordo palco a guardarli e ad applaudirli: l’antistar per eccellenza. Dicevamo degli Ok Go, gruppo simpatico con qualche melodia accattivante, ma di questi gruppi ce ne sono almeno un migliaio in giro. Ci si ricorderà di loro solo per il finale con il fantastico balletto (lo stesso del video che passa spesso su Flux) a metà strada tra Backstreet Boys e spettacolo di varietà, davvero bravi e divertenti.

Durante il cambio palco sono gli stessi componenti dei Flaming Lips che aiutano i roadie a sistemare ampli, spie, microfoni, batteria e quant altro. La formazione è quella degli ultimi tre album: Wayne Coyne alla voce stonata e alle chitarre buche, Mike Ivins in abito da scheletro al basso e ai synth, e Steven Drozd in tuta ignifuga marchio Devo a chitarre, tastiere e falsetti; in più c’è un batterista, probabilmente un turnista. Le tastiere sono avvolte da scotch, i cavi della chitarra sono attaccati con lo scotch, il batterista si attacca le cuffie alle orecchie con lo scotch … un gruppo di scotchati insomma. Insieme a loro entrano otto babbi natale e una dozzina di aliene (ragazzi e ragazze prese dal pubblico), un vichingo, Superman e Capitan America (che saranno addetti ai cannoni sparacoriandoli). Si inizia e subito il grado di epicità raggiunge il sublime vertice dell’irraggiungibile con “Race For The Prize”: mentre Coyne, sparando stelle filanti con dei cannoncini, ci canta dei due scienziati che rischiano la loro vita per salvare il mondo, sullo schermo gigante scorrono video tipici dell’immaginario del gruppo, i due supereroi ci sparano addosso una quantità industriale di coriandoli, i babbi natale e gli alieni ci lanciano dei palloncini enormi che rimabalzeranno qua e là sul pubblico fino alla fine del concerto. E’ l’apoteosi, potrebbe anche finire qui, ma si va avanti con “Free Radicals” (come si fa a non amare un gruppo che intitola “Radicali Liberi” una canzone che parla di politica?) e con la fantastica “Yoshimi Battles The Pink Robots” (entrambe le parti) che il buon Wayne fa cantare al pubblico e a una suora inquietante (un pupazzo nella sua mano) ripresa, deformata e riverberata da una telecamera posta sul microfono durante un intermezzo a dir poco delirante. I brani sono tutti tratti dagli ultimi tre album (a parte lo spensierato e spassosissimo pop rock di “She Don’t Use Jelly” tratta da “Transmissions From Satellite Heart” del ’93), una scelta artistica azzeccata, vista l’omogeneità concettuale e musicale dei tre lavori in questione. Ora apro una parentesi (c’è chi ancora è nostalgico dei Flaming Lips vecchia maniera e non riesce a capire che, sotto quei tappeti di very dreamy pop, esistono tuttora, che la loro vena parodistica e la loro visione postmodernista dell’arte è rimasta invariata rispetto agli esordi, che ancora possiedono la capacità di raccontare (con musica e parole) argomenti di primaria importanza in maniera quasi banale e stilizzata, rendendoli perciò estremamente interessanti. Il classico discorso “una volta sì che erano forti, ora si sono venduti” non vale per tutti… eccheccazzo! Bisogna saper distinguere, quello che rendeva grandi i Flaming Lips nell’86 li rende grandi tuttora sebbene il percorso musicale intrapreso dal gruppo li abbia portati verso altri lidi, è difficile trovare un altro gruppo cresciuto nel tempo così bene: i Flaming Lips stanno alla musica come i Simpson stanno alla televisione e al cinema. Un esempio per tutti, “Fight Test” (purtroppo non eseguita): quante volte avrete sentito il commento “ma è un plagio spudorato di “Father And Son” di Cat Stevens”? Niente di più vero e niente di più falso, chi conosce il gruppo sa che la scelta di copiare proprio quella canzone era una scelta obbligata: il conflitto generazionale trattato nel brano originale viene trasformato nel suo clone postmoderno in un conflitto morale (con toni disincantati ci si domanda se sia meglio combattere o se sia più cool la non-violenza?). Ora finalmente chiudo la parentesi che avevo aperto mezz’ora fa).

Mentre io mi perdo nelle mie elucubrazioni il concerto va avanti con i brani dell’ultimo album “At War With The Mystics”: si canta e ci si lascia andare nella sfrenata “The Yeah Yeah Yeah Song”, il palco si riempie di stelle in “Vein Of Stars”, una botta d’energia riempe l’aria durante “The W.A.N.D.”. Si ritorna quindi ancora dalle parti di “Yoshimi” con l’eterea “In The Morning Of Magicians” e ci si rituffa nel tripudio finale di luci, colori, coriandoli e immagini con l’epica magia di “Do You Realize?”, incredibile brano senza confini di tempo e di spazio. Durante il bis (“A Spoonful Weighs A Ton” con tanto di video con Teletubbies) Coyne ci fa un bel pippone su quanto sia importante e necessario volersi bene l’un l’altro e ci commuoviamo, siamo felici, ci amiamo. Ma ecco che dal più bel sogno si precipita in un incubo orrendo quando arriva il brano finale come un pugno inaspettato nello stomaco: è “War Pigs” dei Black Sabbath (sin dagli esordi i Flaming Lips si sono avventurati nella riproposizione di cover famose più o meno nelle loro corde), suonata mentre sullo schermo scorrono ovviamente immagini di Bush, Cheney, Rumsfeld e compagnia bella inframmezzate da rapidi fotogrammi di bombardamenti, cadaveri e feriti di guerra. I Flaming Lips sono anche questo, capaci di cogliere e ritrasmettere al pubblico contraddizioni umane secolari in pochi minuti. Giganti.

Daniele Gherardi

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