FKA Twigs @ Fabrique [Milano, 7/Marzo/2015]

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Nell’ultima settimana le foto di Tahliah Debrett Barnett sembravano dovessero seguirmi anche a casa. Riviste e quotidiani in bella mostra sulla scrivania beige dell’ufficio parlavano solo di lei. Di questa 26enne londinese, ex-ballerina, tradotta da un nome d’arte conturbante e da un disco… diciamo così molto ben “costruito” che ho voluto/dovuto mandar giù tutto in una notte di falsa primavera. La curiosità è stata più forte degli impegni lavorativi che ormai da mesi affollano e affogano la mia esistenza meneghina. Così decido di tornare a mettere giù righe di senso compiuto su Nerds Attack! proprio in occasione di un evento nato con l’etichetta “cool” grande così. L’asfalto autostradale che unisce Milano a Torino è ormai ricoperto di appuntamenti del genere. Che lambiscono il glamour, il fashion, che esaltano, come mai era successo in Italia prima, la club culture più patinata, i figli putativi dell’Europa elettronica che si muove con le “mele” luminose, le barbe squadrate, la comunicazione criptica e impossibile (quasi) da codificare. Un turbinio sterile di nomenclatura modaiola che frulla cancelletti, hashtag, password, earlybird, aftershow, passport, l’arte nuova della preview, l’arte vecchia dell’eXclusività, haircut impomatati, digital, mix, remix, tutto a stomaco pieno possibilmente. Io tra Milano e Torino ci vivo, ci lavoro, io di questa frenesia a colpi di beat ne ho piene le tasche, ma come saprete appartengo alla vecchia guardia, alla classe di ferro che è quasi la stessa del nostro capo redattore, con il quale ho avuto qualche giorno prima di entrare al Fabrique, un divertente scambio di mail con oggetto la rassegna stampa riguardante FKA Twigs. Le cose più belle le ho addirittura ritagliate e le ho usate come tovaglietta per il pranzo delle 13.30, non ne potevo più di leggere della “fidanzata del vampiro”, della “contorsionista del r&b”, “dell’aliena venuta dal mondo digitale”. Poi è arrivato il sabato sera. Passando per Via Mecenate di alieni veri ne ho visti sfilare tanti, un po’ di fila all’ingresso, la mia amica Veronica che fortunatamente non fa selfie prima di qualcosa, il locale praticamente pieno, l’attesa. E la sicurezza che l’artista inglese non verrà attaccata con la stessa acredine che fu invece riservata circa due anni fa ai The Knife. Anzi, FKA Twigs viene accolta dalle luci e dai fumi conturbanti, viene accolta con estremo trasporto da un pubblico innamorato anche se per la stragrande maggioranza schiavo con tanto di catene rumorose della pratica non estinguibile del presenzialismo più impegnato.

Ammaliante. Ma più che Josephine Baker sembra la versione armoniosa di Tricky (ri)disegnata dall’estro visivo di Alexander McQueen. La radice trip-hop è chiara. Meno gli effetti destinati (perpendicolarmente) alla mutevole voce. Ancor meno quelli che producono i tre “musicisti” che sospirano e percuotono l’elettronica possibile alle spalle perfette, scolpite della nostra protagonista. Come fossimo tanti spettatori in uno zoo, come fossimo con le mani sudate appiccicate ad un vetro, con gli occhi spalancati a guardare quando e come si muoverà la pantera nera. Una maglia retata+trasparente, una gonna lunga sfrangiata, guanti, i capelli raccolti deliziosamente come una piccola corona. FKA Twigs è bellissima, ma non è certamente un essere venuto da chissà quale galassia sconosciuta, non una macchinazione ordita in studio, non una proiezione ricolma di pixel. Sinuosa nell’oscurità di un suono che scende quasi sempre alle misure più basse. Clangore e destrutturazione. Nella profondità riconoscibile di una griffe chiamata Arca (uno dei numerosi produttori che han voluto modellare ‘LP1’). Circa un’ora scarsa di performance distribuita lungo 14 brani (un simpatico hispter dagli occhi azzurri mi ragguaglia sul fatto che in altri recenti concerti ne ha fatti molti di più) tra i quali scelgo per intensità e coinvolgimento cerebrale ‘Figure 8’ (essenziale), ‘Numbers’ (esempio di r&b dilaniato e offerto all’altare dell’avanguardia di genere) e ‘Kicks’ (Portishead-style). Meglio di quelle foto sulla scrivania beige, meglio di quegli articoli divertenti e coloriti, meglio degli esperti UFO, meglio del bondage e del gossip, meglio di Kristen Stewart, meglio delle luci smart di una Milano piena di hashtag e sigle numeriche, di aftershow, di mani che rincorrono mani. FKA Twigs, una video girl in carne ed erotismo.

Silvia Testa

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