FKA Twigs @ Fabrique [Milano, 29/Novembre/2019]

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Tahliah Debrett Barnett, meglio nota come FKA Twigs, è una delle artiste più chiacchierate e in vista degli ultimi anni, non soltanto all’interno del calderone pop. Il dibattito si è riacceso tre settimane fa, con il plauso unanime (o quasi) per il nuovo “Magdalene”, ma ha anche finito per polarizzarsi nelle posizioni di chi riconosce all’artista inglese una certa genialità o, più semplicemente, un’autenticità fuori dal comune e chi rigetta i meccanismi perversi della sovraesposizione e della macchina dell’hype. Al di là di come la si pensi, dopo aver letto report e commenti su live passati, era francamente impossibile pensare di poter ignorare la tappa al Fabrique di Milano, l’unica italiana del tour a supporto della sua ultima fatica discografica. Per l’occasione, il pubblico nostrano ha avuto modo di testare, per la prima volta in assoluto, l’applicazione Dice, che sostituisce biglietti fisici e cassa accrediti, digitalizzando tutto: un’autentica rivoluzione, che ci impedirà di conservare souvenir cartacei in qualche cassetto nelle nostre stanze, ma che contribuisce a snellire notevolmente le code e ridurre gli sprechi di carta, oltre a contrastare in maniera credibile (davvero, stavolta) il bagarinaggio, con buona pace dei volti noti che si incontrano frequentemente nei pressi dei locali meneghini a pochi minuti dall’inizio dei concerti e che, venerdì scorso, avranno trovato di meglio da fare. Il Fabrique si è fermato a un passo dal tutto esaurito, con la gente assiepata nelle zone laterali, per tentare di conquistare una vista privilegiata, mentre FKA Twigs si faceva attendere per quasi quaranta minuti rispetto all’orario annunciato, ma, quando il lo spettacolo è iniziato, il pubblico ha compreso di trovarsi di fronte alla seconda rivoluzione di serata: quella dell’idea stessa di concerto, un termine che stenta a racchiudere nelle sue maglie tutto quello che è accaduto sul palco e che impone un altro tipo di scelta lessicale. Il palco inizialmente appariva spoglio, essenziale, illuminato di blu, poi improvvisamente dominato da FKA Twigs e dal suo fisico statuario, parzialmente coperto da un costume che già restituiva l’idea della dimensione teatrale dello show. A inaugurare l’esibizione sono stati i versi di “Mary Magdalene”, quindi quattro brani del passato (“Water Me”, “Pendulum”, “Figure 8”, “Video Girl”), fra danza e canto. I vari performer, sul palco, alleggerivano le brevi assenze per cambi d’abito che trasformavano continuamente l’artista in una creatura nuova, senza toglierle un decimo della sua grazia e della sua identità. “Mary Magdalene” poteva diventare, così, l’espressione più pura e sentita della vulnerabilità dell’artista, immediatamente esorcizzata dai muscoli tesi di “Home With You” e dalla surreale danza con la spada nel corso di “Sad Day”, una delle vette emozionali del concerto, terminata da un ideale fendente al tendone, crollato per svelare, finalmente, un’immensa impalcatura a due piani: sopra i musicisti, in basso i ballerini. A quel punto, se possibile, l’asticella si è alzata ancora: il flirt con la trap, durante “Holy Terrain”, con i ballerini che diventavano corpo unico e sembravano muovere il palco, quindi la calma apparente di “Daybed”, cullata dal violoncello, una “Mirrored Heart” da pelle d’oca (sul serio) e l’ipnotica “Papi Pacify” conducevano verso un ultimo climax, prima di tornare sulla terra per provare a raccontare la serata agli assenti. Un ultimo cambio d’abito celato nel buio del Fabrique per regalare al parterre una FKA Twigs in un bikini brillante, pronta all’ultima doppietta (“Two Weeks”, “Cellophane”), mortifera, impreziosite da un’elegantissima pole dance ad altezze irreali e un’interpretazione vocale che, per l’ennesima volta, ci ha regalato qualche brivido. In una pioggia di coriandoli, la 31enne inglese si è congedata con un timido sorriso e con un sincero grazie, venendo sovrastata da un pubblico rapito ed emozionato. FKA Twigs ha il merito portare in scena un’esibizione concettualmente diversa, più teatrale che meramente concertistica, in un contesto che rimane confinato, almeno in Italia, nell’ordine delle tremila persone: l’abbiamo vista giocare con immagini sacre e ballare la pole dance, indossare costumi orientali e manovrare armi bianche, accarezzare le corde del cuore con una voce limpida, ma dal fascino drammatico, e regalarci un’esperienza imprescindibile per la sua unicità. Dopo uno spettacolo del genere, probabilmente, il dibattito a cui si faceva cenno a inizio articolo può risolversi solo in un modo: FKA Twigs è geniale. Per davvero.

Piergiuseppe Lippolis

Foto: Stefano Masselli per RADAR CONCERTI