Firebird @ Sinister Noise Club [Roma, 9/Dicembre/2010]

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Ammetto che a me dei Carcass, in fin dei conti, non è mai importato una mazza. Certo, mi piaceva ‘Heartwork’, anche se l’ho ascoltato forse cinque volte in tutto; certo, avevo tutti i loro dischi, anche se un po’ come tutti li compravo solo per leggere i titoli delle canzoni. Ho decisamente preferito i loro progetti paralleli, tipo gli Arch Enemy e gli Spiritual Beggars, portati avanti dai fratelli Amott, mentre mi ero disinteressato del povero Bill Steer e dei suoi Firebird che sono attivi dal 2000 e hanno alle spalle già sei o sette dischi. L’occasione però di vedere all’opera un signor musicista (anche con i Napalm Death prima di passare ai Carcass) e una notevole backing band mi porta a scongelare le ossa al Sinister Noise, dove trovo l’atmosfera perfetta, né il pienone, né il deserto dei Tartari e la birra happy hour.

Piacevole sorpresa quella di far suonare i gruppi ad un orario più “lavorativo” nei giorni infrasettimanali. Bill Steer del suo vecchio passato metal ha solo i lunghi capelli lisci biondi, così come molti del pubblico, quasi tutti venuti, come me, non perchè sono fan dei Firebird, ma perchè “stasera suona l’ex chitarrista dei Carcass!”. Ma al vecchio Bill si farebbe un torto a parlare solo del passato perchè i Firebird sono una signora band. Il genere di hard blues anni ’70, un po’ di Yardbirds, Humble Pie, Hendrix, suonato molto potente è una vera goduria per i convenuti che scapocciano le valenti chiome ricciute ad ogni riff e il buon Bill ne produce a quintali. Ogni riff è un macigno, una zolla che si stacca da un monte e cade a terra pesantemente con il resto della band a tenergli dietro. Pezzi veloci, nulla di blues torbido, ma dei riff davvero original, belli e squadratissimi, una grande voce che non mi aspettavo e anche molta umiltà nello stare su un palco davanti a circa 50 persone. Ovviamente nessuna speranza che ci possano sentire pezzi dei Carcass, anche se qualcuno li ha ingenuamente invocati: non c’entravano davvero un cazzo. Forse di metal ci sono rimasti gli assoli (inutile quello del batterista, per fortuna è durato poco) e quelli di Bill che ne sciorinava uno più bello dell’altro, mettendosi però al centro del palco in bella mostra un po’ da tamarro. Ma sono le uniche pecche perchè come detto, il blues macigno del trio ha totalmente convinto i presenti. Un’oretta e tutti a casa prima di mezzanotte. Divertente il finale con Bill che posa la chitarra infila un’armonica a bocca e si lancia in una sorta di boogie blues spassoissimo. Non è più tempo di ‘Mucupurulence Excretor’ e ‘Vomited Anal Tract’.

Dante Natale