Fine Before You Came @ Traffic [Roma, 7/Aprile/2012]

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Passare la vigilia di Pasqua con i Fine Before You Came, cosa si può chiedere di meglio? Dal 2010 la loro casa era il Circolo degli Artisti: concerti gratuiti, pubblico numeroso (e soprattutto rumoroso), tanta empatia e tanta condivisione. Il 2012, anno di catastrofi e, in generale, di cambiamenti, porta i milanesi al nuovo Traffic (nuovo ormai da un po’). La formula delle serate al Circolo non cambia, eccezion fatta per il biglietto che costa 8 euro ma che si spendono volentieri per una band come i FBYC. Tra il pubblico c’è chi ha apprezzato molto il loro ultimo disco (‘Ormai’), chi lo ha apprezzato con qualche riserva, e chi proprio non è riuscito a mandarlo giù. Io sono uno di quelli, per esempio, che proprio non ha gradito la loro ultima fatica discografica (sarà che ogni volta che parte ‘Dublino’ rimpiango una opener come ‘Lista’). Sembra un disco assai meno ispirato di ‘Sfortuna’ sia per quanto riguarda le composizioni, sia per quanto riguarda i testi; probabilmente i FBYC hanno sentito la pressione dei fan che attendevano con ansia un altro piccolo miracolo discografico.

Ma la cosa bella di concerti come quello del sette aprile è che la vera star della serata non è la band sul palco, non è il frontman che urla a squarciagola in faccia alle prime file. La vera bellezza che si trova in ogni concerto dei Fine Before You Came promana direttamente dal pubblico, sempre partecipe, sempre pronto a sostenere la band. Ogni partecipante serve a Jacopo la propria trachea in segno di fedeltà assoluta e di fraterno rispetto, riuscendo così ad entusiasmare anche uno scettico come me quando ai meravigliosi brani di ‘Sfortuna’ venivano alternati alcuni che mi avevano fatto addirittura schifo (‘Dublino’, ce l’ho a morte con questa canzone). E ci ritroviamo nella solita ressa/calca emotiva fatta di sudore, di urla e di sorrisi, di applausi e di abbracci, di stage diving più o meno riusciti e di pugnalate al cuore. Tutti insieme, liberi da qualsiasi costrizione mentale, liberi dallo studio, dal lavoro, dalla società, dalla politica, dai telegiornali, a rimettere finalmente al centro di tutto l’uomo e l’umano, lasciando perdere la razionalità e concentrandosi sulle piccole tragedie del quotidiano che ci rendono tutti uguali. Ogni tanto è bello sentirsi parte di un tutto.

Stefano Ribeca