Fine Before You Came + Cosmetic @ Circolo degli Artisti [Roma, 27/Febbraio/2010]

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Sì, una località semisperduta in provincia di Latina. Voci di corridoio narrano di una gita fuoriporta di un gruppo di amici nerdici, direzione Cori. In questa scampagnata dai viziosi scopi culinari, ne accadono di tutti i colori, tra cui la scoperta – fulminante – di un luogo sconosciuto che va sotto il nome di ‘Campo di Carne’. La locuzione è ficcantissima per la nuova, diabolica idea del Circolo degli Artisti. Un appuntamento mensile con band italiane che – a parte questo primo caso – non andranno incontro a braccia aperte al pubblico del sabato sera (ovvero, i prossimi appuntamenti saranno infrasettimanali). Band “dalle sonorità storte e deviate”, si legge nel comunicato che, qualsiasi sia la vostra concezione dei due aggettivi di cui sopra, vanno a pescare in un sottobosco della realtà indipendente italiana tutt’altro che hype, orecchiabile o ballabile. Che sia folk, post hardcore, punk o post rock, le tonalità preferite sono quelle più scure e la velleità, tutt’altro che da disdegnare, quella di portare in un posto molto frequentato come il Circolo, band meno conosciute. In una parola, band non (soltanto) pop.

Si comincia con due formazioni affiliate a La Tempesta, etichetta che dal Il Teatro degli Orrori al Pan del Diavolo, sta dimostrando di avere un fiuto encomiabile per il rock italiano di origine – e perversione –(in)controllata. Romagnoli e piuttosto giovani, sono i quattro Cosmetic – ovvero shoegaze made in Italy – ad aprire la serata. Una versione più pop ed edulcorata di band che dicono di non avere mai ascoltato – Ride e Slowdive, ad esempio – testi in italiano e muro di suono, a conti fatti, abbastanza efficace. Considerando il duro lavoro che tocca generalmente alle band di spalla – poche aspettative, magari un po’ di indifferenza da parte del pubblico – i quattro Cosmetic (che presentano il loro ultimo ‘Non Siamo Di Qui’) fanno la loro parte, vestendo il ruolo degli adolescenti sonici sopra e sotto il palco. Magari non proprio teen ager, ma di sicuro meno disillusi e più sognatori dei FBYC, i ragazzi di Rimini si scagliano su un orizzonte fatto decisamente di ‘dolori dei puri di cuore’, con una bassista (Emily) che è un po’ una Peggy Wang ma più distorta (e che speriamo non si sia fatta troppo male nello stage diving durante i FBYC) ed un chitarrista biondo (Motobecane) sorpreso a sbaciucchiarsi in un angolo del Circolo. ‘A Teenager In Love’?

Stasera, al Circolo, non c’è il solito pubblico del sabato sera. La solita massa di gente più o meno interessata, più o meno chiacchierona e più o meno pronta per il dance floor. Stasera ci sono (parecchie) persone venute esclusivamente per ascoltare un concerto. Il concerto di una band di cui, a occhio e croce, hanno consumato il disco (probabilmente in formato mp3, visto che i cinque Fine Before You Came hanno messo ‘Sfortuna’ in download gratuito fin dal primo giorno d’uscita). Sette canzoni (più una, inedita) che strilleranno, chi più chi meno, fino alla fine. La band milanese è al quarto album, e i tre precedenti sono in inglese. Lo stile non è clamorosamente cambiato, un impasto che prende – almeno per chi scrive – il meglio del post rock e dell’emo (e sappiamo tutti a quale emo ci si riferisce), con andamenti lenti e pesanti, alternati a strutture ritmiche più sostenute, riff corposi e chitarre stridenti. Un orizzonte sonoro, quasi un immaginario,  perfetto per mettere in risalto il vero oro della nuova versione dei FBYC: i testi. Se c’era una chiave per rendere questa svolta in italiano sensata, era quella di scrivere parole che, non solo, dessero dei rifermenti in cui riconoscersi, di quelli da urlare ad un concerto, a squarciagola, in coro. Ai FBYC, e probabilmente al cantante Jacopo Lietti in particolare, va il merito di saper parlare con infinita ironia e disincanto, grande schiettezza mista a poesia (neo)realista. Spasmi rabbiosi filtrati attraverso paure ed un cinismo personalissimo, immortalati nella tipica sospensione esistenziale (collettiva) di questo momento storico. È così che, su disco, frasi, lanciate come frecce, colpiscono dritte al cervello. Figuriamoci ad un concerto.

La simbiosi tra band e pubblico è inevitabile. Con rabbia e potenza ‘Sfortuna’ avanza, pesante – per i suoi contenuti, la sua mole di significati che, chissà in quanti, c’hanno messo dentro –, gridato in ogni sua parte dal pubblico e da Jacopo, che si butta ripetutamente sul pubblico e chiede di farlo avanzare fino in fondo alla sala, mentre – sudato lui, sudati tutti – un’energia, nonostante tutto, molto positiva, passa di mano in mano. Una felicità, a metà tra incredulità ed eccitazione, accomuna un lato e l’altro del palco. Jacopo ride, ringrazia. Parla con il pubblico, scherza, si prende in giro. Solo i pezzi di ‘Sfortuna’ verranno proposti, con l’aggiunta di un inedito che ha nel titolo la parola “Ripescaggio”, ma “non ha che fare con il calcio!”. Prima dell’ultimo brano, che aspettiamo tutti e sappiamo essere ‘VIXI’, il “frontman” – che è soprattutto una divertita interfaccia tra noi e loro – urla, in mezzo alla folla, di essere padre da un mese. Poi, arriva il pezzo che riassume tutta la weltanshaung dell’album, in quella sua frase, un pugno, “Ho chiamato i miei insuccessi …Sfortuuuuna”. La canteranno tutti. Come si era urlato, tutti – con foga praticamente hardcore – un altro epitaffio da ricordare di ‘Buio’ (“Solo una piccola parte di me risponde all’appello, ma tu non la senti”). Prima di ‘Sfortuna’, i FBYC erano lì lì per sciogliersi. La buona sorte ha voluto che sfornassero questo disco, tanto pensato (probabilmente, nel passaggio all’italiano) quanto schietto (nel metterci dentro contenuti tangibilmente veri). E la vera sfortuna sarebbe se, questo, fosse solo l’ultimo fortunato episodio di un gran gruppo.

Chiara Colli

2 COMMENTS

  1. Peccato che non sia stato l’ultimo, visto che Ormai mi fa quasi cagare. (Comunque grande serata quella, fu un gran concerto)

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