Festival Boombox [Gent, 21/Luglio/2008]

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[Merz]

Nelle Fiandre per la musica e per l’arte. Dell’arte, in particolare quella dei cosiddetti “primitivi” fiamminghi, non potrò parlarvene [state tirando su un sospiro di sollievo eh?]. Non potrò perché in qualunque modo provi a farlo c’è il limite dell’impossibilità o più umilmente dell’incapacità di accompagnarvi tra le minuziose pennellate, tra i tortuosi significati e tra le fitte simbologie che caratterizzano l’arte pittorica di quel periodo. Le figure emergono dalla tela portandosi dietro strascichi di colore, flutti di tessuti e accorte linee di tensione insieme a definite cavità d’ombra. Ci si perde dentro e sono i pannelli, le tele a parlare per me.

E dunque una voglia improvvisa di intraprendere una trasferta musicale ci porta a scegliere con la stesso ghiotto atteggiamento che si ha quando si scelgono i gusti di un buon gelato un festival tra i tanti. Optiamo per il Boombox Festival che si terrà a Gent, nelle Fiandre e non senza due ottime ragioni che rispondono al nome di The New Pornographers e Merz, stesso posto, stessa serata. Esplode un nucleare “woooooooooo!” che si dimezza facendo crollare cinque “o” quando sapremo che i The New Pornographers hanno avuto le loro ragioni – ok – per far saltare in aria il tour europeo. Verranno sostituiti dai belgi Girls In Hawaii. Ma c’è Merz [Conrad Lambert nella vita di tutti i giorni], ed io ho già coccolato da un po’ il suo ultimo lavoro “Moi Et Mon Camion” [Gronland Records] per benino, considerando che del cantautore inglese possiedo tutti i lavori [quattro].

Troviamo una Gent fitta di umani fino agli interstizi della sua centreville, cosparsa di suoni, sommersa dalla birra. Non avremmo mai potuto immaginarne così tanta e questo perché non c’è solo il “nostro” festival a farla da padrona ma in città, nel centro, ce ne sono fin troppi altri en plein air. Urinatoi per uomini a forma di campane per la raccolta del vetro con tubo confluente nelle fogne, si beve tanto e quindi… Ciò procurerà un certo schifo e ogni volta mi tappo il naso stretto e Van Dante farà lo stesso. Chioschi presi d’assalto, olio stantio che frigge senza sosta, patatine, birra, birra, patatine, birra. Van Dante le prova tutte e la ricerca di un bagno è pari a quella di una pepita d’oro nel Tevere. Euforia ma con una certa compostezza. Tutto ciò, ci rivelerà l’amabile padrona del nostro b&b, accade ogni anno e dura dieci giorni [ah però!!!].

Arriva il giorno del concerto e ci rechiamo a Minnemeers alle 20:05, ivi ci verrà detto di attendere fino alle 21:00 e così ne approfitteremo per una sana [assai] cenetta in un fast food gestito da magrebini. Di nuovo nel locale, arioso e scuro; qui vendono le birre a 2 euro per la felicità di Van Dante… magari prendere spunto? Il tempo che manca è quello che serve per far riempire il locale di gente e così sarà. Saremo tanti e tra le teste biondo cenere e il pallore cutaneo generale io mi sento un’infiltrata. Sarà anche grazie alla mia intrepida maglietta nerdica che mi sentirò incasellata nella situazione dopo poco.

Tocca a Merz. Aspetto peculiare, inconfondibile volto, ciuffo biondo platino d’ispirazione cacatuide della Nuova Guinea. Avete presente? Fantastico così come il camioncino di cartone adagiato alla base della batteria. Merz stura l’attenzione fino a quel momento dispersa nel vociare con la title track “Moi et mon Camion” e si accende il motore e il druido dal pennacchio giallo diffonde i suoi accordi e la sua voce stratificata. Seguono “Call Me” – appunto tutto sui post-it arancio fluo senza farmi notare – e “Shun” con i suoi suoni di polveri astrali che cercano l’accordo e l’allineamento all’interno di un asterismo, il posizionamento definitivo avviene con “Postcard From A Dark Star” [da ‘Loveheart’] che seguo cantanto in sella alla coda della sua cometa. Si disfa per lasciare poi posto ad un brano che ha il dono della luminescenza, di sicuro il miglior brano dell’album “Silver Moon Ladders”, dalla cometa slitto sulla nuvola che veste la luna. Una mirrorball gigante nel centro della sala, un artificio di luna che Merz raggiunge con i suoi trucchetti di prestigio. Ma c’è anche il tempo per il movimento pop in crescendo di “Lucky Adam” e anche qui lo seguo. Ancora brani tratti dall’ultimo album come la tiepida, dolce “Cover Me” e poi per finire “The First And Last Waltz” a brillare come il punto luce di un diamante nel mare, di notte. Merz fa luccicare i suoi brani, schizzano via scintille fosforescenti ed io sto a guardare i cambi di colore nello sfondo tra un baleno e l’altro e pulviscoli d’argento. Grazie a Van Dante per aver fatto gesti alle mie spalle comunicando a Merz di prestarsi a fare una foto con me. Grazie allo stesso Merz per la breve ma piacevole chiacchierata. A te la parola Van Dante.

Mary Notarangelo

[Girls In Hawaii]

Non conoscevo granchè i Girls In Hawaii, un nome più che strano visto che il gruppo, di per sè già belga, non certo statunitense, non ha canzoni che parlino di macchine che scorrono con biondazze che sorseggiano cocktail sui cofani o di fare il surf di notte. Anzi, la loro musica è come una pennellata di Brueghel, popolare ma gelida. Il locale del Boombox si va man mano riempiendo, io intanto ne approfitto per prendere una birra a prezzi umani (2€!). Non mi pare vero e allora ne prendo tre tutte assieme. I Girls In Hawaii hanno fin’ora pubblicato due dischi, il primo però è datato 2002, e solo dopo 5 anni circa sono ritornati con il nuovo “Plan Your Escape” per la Naive Records. Il locale è oramai stracolmo e dopo un lunghissimo cambio palco, quasi estenuante, finalmente il sestetto sale sulle assi e vengono accolti da un boato, d’altronde siamo in piena campagna delle Fiandre e il gruppo suona in casa anche se poi parleranno solo in inglese (professionalità o snobismo?). L’inizio è fragoroso, un brano che inizia come il crescendo di un brano a caso degli Explosions In The Sky ma dall’animo pop. Il gruppo è compatto davvero e ha dalla sua delle canzoni perfette per architettura pop-baroque. Non sono spensierati come i Belle And Sebastian, nè sono claustrofobici come i dEUS, ma se ne stanno a metà tra le due parti, prendendo il meglio dalle due correnti quando è necessario. Forse hanno avuto un momento di stasi a metà set quando sembrava che le canzoni iniziassero rischiosamente ad assomigliarsi tutte ma nel finale hanno dato il meglio; dapprima tirando fuori dal cilindro un brano memorabile molto lungo con una coda claustrofobica che quasi fa fermare il respiro al pubblico e poi, nei bis finali, con una dolce ninnananna in acustico per chitarra e voce. Davvero ottimo il concerto e la professionalità del gruppo con tanti televisori a proiettare video di accompagnamento molto tardo romantici moderni. Quei video di bambini che giocano sulla spiaggia d’inverno, nel gelido mar del Nord, cercando di prendere un aquilone. Avete presente vero? Peccato averli persi a Roma qualche mese fa.

Dante Natale

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