Festa Nerds Attack @ Defrag [Roma, 24/Febbraio/2007]

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Quando vi è stato detto che sarebbe stato un po’ come tornare a scuola, mica era così per dire! Il Defrag (ex Zero) era veramente una scuola, per la precisione la scuola di Emanuele Tamagnini, capoccia supremo di Nerds Attack (grazie il “supremo” mi piace molto, ndr). Se aveste provato a guardare dietro la porta del camerino avreste anche potuto riconoscere il classico gabbiotto dei bidelli, ma stavolta attaccati al muro, invece dei cartelloni sulle regioni d’Italia, c’erano le foto di Daniele Bianchi (Concertina Live): tra scatti a Valentina Lupi ed Iggy Pop (non so come faccia ancora a reggersi in piedi) ne spiccano due spettacolari ai Tool e uno alla batterista di Peaches con le gambe dell’artista canadese a farne da cornice (!!!). L’attrazione più importante della serata, però, è ovviamente il concerto di due tra i migliori gruppi romani in circolazione, e se ancora non vi bastasse c’era anche lo special guest marsigliese. Dopo essere riuscito a prendere il secondo bicchiere di vino (1€ l’uno, una svolta!) cominciano gli Shine, gruppo di casa che si aggira tra brit-pop ed indie, innestando volentieri intrecci di chitarre e strizzatine d’occhio alla new wave. Tra gli altri, propongono pezzi del nuovo EP (“Does It Make You Smile?”) in un set la cui prima metà risulta meno efficace e coinvolgente della seconda, più influenzata dai Cure soprattutto negli ambienti sonori e nelle atmosfere. Intanto mentre il bassista gira sulla tastiera a ricordarmi Jeff Goddard dei Karate, la gente continua ad arrivare e prima che finisca il set il locale è quasi pieno. Ne approfitto per sorseggiare un altro bicchiere di vino rosso, adagiandomi comodamente insieme alla mia Madonna, su uno dei divani gentilmente offertici dal Defrag. Si vabbè: a scuola il posto più comodo dove sedersi era la seggiolona mezza sfondata della prof con annesse gomme americane attaccate ovunque, ma io ho detto che sarebbe stato UN PO’ come tornare a scuola! Il locale è ormai pieno quando sta per cominciare il secondo gruppo, ma questo è un altro capitolo della serata, e, tanto per darvi un anticipazione, è quello dove la serata esplode, entrano in scena la paura e soprattutto il delirio, dove i Thrangh fanno esplodere i metronomi e gli Oklahoma Locomotion ci portano in una dimensione onirica immaginabile solo da una mente a metà tra John Zorn e Toru Takemitsu.

Andrea Di Fabio

“Non ricordo quasi nulla, quindi deve essere stato memorabile”. Con queste testamentarie parole di Aguirre “The Great” si apre questo racconto che lascio ai posteri dopo una settimana mefistofelica sfociata nel putiferio di gonne, barbe, sorrisi, birra, taralli, tranci di formaggio e maschere nere. Il Defrag nasce da un’ala “espropriata” del leggendario Istituto Tecnico per Geometri XXVI. Che suona come un avamposto di nordisti in mezzo al nulla controllato dai Seminole. Sono passati quasi 17 anni da quel 48. Un voto che, per chi narra, non ha mai rappresentato un cazzo, nè tantomeno garantito qualcosa. In quell’anno iniziò l’abbattimento del Muro di Berlino mentre i gol di “totonno” infiammavano le notti magiche. Da parte nostra iniziammo a vivere. Tornare in quei luoghi ha un sapore particolare. Il tutto torna della vita è spaventoso. Come il volto deformato di Laura Dern in “Inland Empire”. Come stasera. Ho messo la camicia militare. Il frustino negli stivali (lucidati con grasso di prosciutto di montagna), le piastrine al collo e controllato il tascapane. Per l’occasione ho scelto il colore rosso. Per far risaltare la timbrata. Scelta infelice considerando le sette lampade mattutine irradiate sulla pelle di Bonanza. Si prevede traffico lieve. Temperatura rigida e non dovrebbe minacciare pioggia acida. La mia piccola Madonna viene posizionata all’uscio. Con una piccola scatola rimediata. Un piccolo sacchetto. Ed una grande voglia. Come grande è stata quella di tutti i ragazzi del Defrag. Il barista biondo, il mio omonimo, due fumatori d’oppio, standisti, stendini, un manichino senza braccio, divani come non se ne vedono più da tempo dopo l’invasione barbarica svedese, plexiglass, baci rubati via dalla folla e tutto è pronto. Alle 21.30 nel retro palco sono seduti ad una tavola rotonda (autentica) i Thrangh e gli Shine, novelli bretoni di Camelot, che mangiano pizza a squarci alla faccia di Mago Merlino. C’è grande rilassatezza. C’è grande spazio nel locale. C’è tanta luce. Grandi foto. E l’iguana che veglia su di noi. La lista accrediti è stilata. I fortunati sono stati scelti con un quiz a numero chiuso inviato per posta il 1 gennaio. I collaboratori sono amici. Anzi gli amici sono collaboratori. Il vero motore a scoppio di Nerds Attack. Dovrebbero venire tutti. Alla spicciolata ed in ordine sparso riconosciamo: Simoncino Cosimi et signora che per tutta la serata chiederà invano al barista biondo una polibibita ripiegando sul perchè in TV pronunciano “AR” la parola “OUR”, il Gherardi con sacchettina originale “Benson & Hedges” dove contiene gelosamente una pregiata selezione musicale a base di neo tweet weird pop da urlo, il Serra Simone e la sua Madonna, la brava Chiara “No Tune” con il fedele boyfriend, “Tracce di Rossetto”, Super Watt Natale, l’attento alle cose tecniche Andrea “Anselmo” Di Fabio, la catarifrangente Wonder Mary Hag… e Carlo? Con una drammatica telefonata alle 22.30 avverte del suo arrivo quando, dice, il tasso alcolico corporeo è già salito a Defcon 4. La sala è avvertita. Ora c’è tensione. Incontri. Baci. Abbracci. Pacche sulle spalle. Spalle sulle pacche. Pacchi di “Erzefilisch”. Volti noti. Amici. Tanti. Capelli lunghi. Capelli unti. C’è un po’ di fila all’entrata. Scorgiamo il molesto. Il pretesto. Il contesto è sempre più a misura di festa. Il plexiglass divide la mia visuale con il mondo intorno. Mentre irradio nelle sale indie pop catchy e senza pretese. Viaggio al neon dentro i bagni dove una volta provavamo a fumare. Fermi tutti. Aguirre è tra noi. Il NERD per eccellenza. Il live show può iniziare. C’è anche il giovane John Mayall. Gianluca “Mojo Station” Diana chiude l’elenco degli scriba. Con un pensiero a Simona e a Manningher che travalica le Alpi. C’è una gran parte della Roma underground che suona. Curiosi. Che bella la curiosità che non rende ignoranti. Incontro tanta gente. Febbrilmente eccitata. Con una spilletta sul berretto, due cd tra le dita appena acquistati, una birra in mano che gocciola gaudente, uno zaino sulle spalle, una stretta di mano. Forte. Il “succhia succhia” al bar è da tempo iniziato. Il suono esce copioso. Ragazze carine si aggirano come in un film. Amoreggiamenti tra le colonne. Le maschere nere riposano là dietro. Inquietanti. Ora ci sono più di 150 persone pronte ad applaudire. Giro impaziente. Due scatti. Due flash. Rubo qualche attimo che riporto a fianco. Quando la sala si dirada dopo il secondo set passa la tensione. Passa Aguirre con la quinta birra. Una bionda con la quarta. Il molesto con la terza vittima. Uno per volta. Questo è probabilmente il clou. Bocche aperte. Stupore. Viaggio onirico. Ancora applausi. Ma suonando così non si fanno male alle mani?”. Il set del Dj ‘Gez irrompe come una carezza paterna, come una lacrima sul viso, come quando sei felice. Alle 3 il panorama parla chiaro. Cecco stappa ancora. Partono i rum e pera come se fossero coriandoli. Aguirre è ormai parte integrante dell’enorme cesto nero dove vengono custoditi i (suoi) ricordi. I Thrangh si sollazzano con taralli non piccanti e formaggio stagionato, tanto che l’uomo sax non pago ne farà incetta concedendosi anche a presunta verdura custodita nel camerino. Qualcuno barcolla e cede alla distanza. Qualcun’altro ha voglia già di raccontare. Ma purtroppo tutto passa. Tutto scorre. Bisogna solo prendere il meglio, perchè un’altra vita non c’è. Ed il meglio è tra queste righe.

Emanuele Tamagnini

E siamo alla seconda parte della serata, quando ormai sono arrivati tutti e la gente inizia ad avvicinarsi sempre di più al palco, perché non si sente più in imbarazzo a stare sola soletta di fronte ai musicisti. Ma vabbè, in Italia non sono ancora molti quelli che hanno imparato il galateo del buon fruitore di concerti, per ora ci accontentiamo. Ora, vi premetto che da questo punto in poi la festa prende una piega assolutamente inaspettata; più precisamente è da quando incominciano i Thrangh che si verifica il delirio, ma andiamo per ordine. Il quartetto romano approfitta della serata per presentare il suo nuovo disco dal nome impronunciabile (“Erzefilisch”) e decide di iniziare il set con un pezzo dalla durata di una decina di minuti. Non starò qui a dare mie interpretazioni della musica che fanno, perché credo che la migliore definizione se la siano dati da soli. Cito testualmente dal loro MioSpazio (www.myspace.com/thrangh) “Il set consiste tendenzialmente in un’unica esecuzione, senza soluzione di continuità, che alterna momenti corali ritmicamente molto serrati a segmenti di improvvisazione free (r)umoristica…”. L’unica cosa che posso dire è che i loro live danno meno respiro di un concerto old school Hard-Core, l’attenzione non cala mai, le carte in tavola vengono cambiate ripetutamente in un lasso di tempo che permette di riuscire comunque a capire cosa sta succedendo, ritmiche alla Meshuggah si alternano agilmente a sbocchi di improvvisazione totalmente noise (mi sa che gli piacciono i Boredoms) dove sono le note più alte del sassofono a dominare il delirio. Ora, posto che i Thrangh sono la colonna sonora perfetta per un futuro post atomico a mo’ di Ken Shiro, andiamo a vederci un altro gruppetto da colonna sonora, però dobbiamo cambiare ambientazione. Provate ad immaginare un film pulp giapponese, di quelli con pochi dialoghi e molto sangue, dove il protagonista è un sadico dall’aspetto indifeso, insomma provate ad immaginare un film di Takashi Miike. Gli Oklahoma Locomotion ne fanno la parte del sottofondo. Il gruppo ambient/noise francese si presenta sul palco con maschere Rondò veneziane ed inizia il set con un flauto traverso e un moceño (mi hanno gentilmente spiegato che è uno strumento andino). Man mano che passa il tempo si aggiungono musicisti: batteria, basso, violino che cede il passo ad una chitarra, il moceño che cede il passo ad un sassofono mentre il flauto traverso diventa ottavino. O forse era un ottavino fin dall’inizio? O forse non era nessuno dei due strumenti? Vabbè alla fine non dobbiamo stare a puntualizzare sul come è fatta la musica, dobbiamo parlare della musica in se, perché a Roma non avevo mai sentito cose del genere. Un improvvisazione generale che, all’aumentare degli strumenti, cambia ambiente. I due flauti all’inizio creano atmosfere nipponiche che mi ricordano Toru Takemitsu, all’aggiungersi del basso con un tappeto di frequenze fisse, l’ambiente cambia e dai giardini zen passiamo in monasteri cinesi durante la recitazione di mantra. Quando il gruppo è al completo con tutti i musicisti sul palco, l’arrivo inaspettato di un cantante (lo chiamano il Biscia) fa aprire totalmente la musica verso improvvisazioni noise tesissime, accentuate da una litania monotona di frasi (casuali?). Sembra che i francesi non sappiano solo fare hip-hop. Bravi! Finiti delirio e paura si torna alla tranquillità con un normalissimo dj-set che finalmente ci fa respirare un po’ di strofa-ritornello a pieni polmoni. Dopo le ultime 2 ore, fa strano sentire una “forma canzone”, una melodia, ma soprattutto un tempo in 4/4. Come vedete c’è sotto lo zampino di qualcuno che sa organizzare una festa per benino, che ti mette addirittura gli alcolici a prezzo politico e le (onnipresenti) patatine crikcrok gratis a fine serata. Mancava solo la mamma che ti veniva a prendere in macchina fuori da scuola, ma a quella avreste dovuto pensarci voi…

Andrea Di Fabio

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