Feist @ Piper [Roma, 28/Maggio/2008]

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Avevo perso il conto. Non ricordavo quanto tempo fosse trascorso dall’ultima volta che mi ero ritrovato seduto tra i divanetti di finta pelle dello storico Piper. Facendo due rapidi conti sono risalito al paleolitico. Era dal 1993. Quindici anni. Per smuovere tanta curiosità serviva solo lei: Leslie Feist. Un Mercoledì caldo. Afoso. Con voglia di grattachecca. L’entrata del club è già popolata di numerosa presenza femminile che alla fine avrà la meglio su quella maschile. Molti stranieri. Scendere le scale del Piper mi riporta indietro nei secoli. Aria condizionata. E quel meraviglioso palco rialzato. Autentico vanto di una città che avrebbe bisogno che strutture del genere funzionasserò di più. Funzionassero di più al servizio della “M”usica. Una sosta al corner del merchandise che mai avevo visto così ricco. Sciarpe, magliette graziose, agendine fatte a mano, spillette, un carillon di ‘Mushaboom’, posterini, 7 pollici e CD. Alle 21 quasi in punto salgono sul palco i neozelandesi Lawrence Arabia invenzione del lungagnone James Milne già membro dei The Reduction Agents, collaboratore dei connazionali Brunettes e bassista per un tour degli Okkervil River. Quintetto multietnico e colorato che diverte nella sua sorprendente coralità grazie a brani pop ricchi e sessantiani che in alcune circostanze sembrano non nascondere l’impronta beatlesiana a firma McCartney. Un omonimo disco uscito nel 2006 e recentemente ristampato a supporto di un set che termina con un’accelerata indie rock che serve per scaldare i presenti che intanto si sono fatti numerosissimi.

Un break di trenta minuti per preparare il palco alla 32enne canadese. Un palco pieno zeppo di “roba”. Ed un paravento posizionato sul lato sinistro. Poco dopo le 22, a luci spente, Leslie entra di soppiatto tenendo in mano una lanternina, salutando di qua e di là, prima di mettersi dietro al pannello sul quale verrà proiettata la sua ombra. Un intro vocale che ammalia da subito. La sua silhouette minuta e al contempo affascinante è un antipasto che mandà in visibilio il pubblico. Il Piper ora è pieno. Sullo sfondo prendono forma le proiezioni di due filiformi fanciulle che rendono l’atmosfera simile ad una fiaba. Semplici ombre con le mani, qualche disegno, qualche trovata caleidoscopica ad accompagnare lei. Feist indossa un vestitino nero. Una chitarra gigante che la fa sembrare ancora più piccolina. Ed una backing band puntuale e di bianco vestita. La sua voce è angelica. Magnifica. Sospesa lassù dove tutto diventa azzurro. Le luci rosse ammantano l’ambiente di un’aura immaginifica e per questo incantata. Scorrono i brani dei due album (esiste un primo datato 1999 che non è affatto conosciuto) con i quali l’artista si è imposta su scala universale dopo anni di collaborazioni e partecipazioni straordinarie accanto agli amici Peahces, Jason Charles Beck (aka Gonzales) e ovviamente Broken Social Scene. Ma la vera sorpresa riguarda la sua verve dialettica. Se ne stupisce lei stessa. Cerca di dire qualche parola in italiano. I siparietti con il pubblico sono irresistibili. Ricorda di quando tanti anni fa venne a Roma, proprio insieme a Gonzales, al Forte Prenestino. “Ma esiste ancora?”. Dialoga con una Francesca tra il pubblico. Una delle ragazze addette ai visual arriva sul palco, sale su uno sgabello dietro di lei iniziando a lanciare origami come fossero petali di rosa. Mentre ‘The Reminder’ e ‘Let It Die’ vengono equamente distribuiti in musica. Chitarra elettrica e acustica. Sezione fiati. Piano. Percussioni. Glockenspiel. Diamonica. Un mondo variopinto di una classe infinita. La gente canta a memoria molti dei suoi brani. In acustico esegue quelli dell’anima. Poi ancora sorrisi. Cerca di tradurre in italiano i titoli delle sue canzoni. “Uomo forte” può valere per ‘Gatekeeper’. Poi ‘Lonely Lonely’. La perfezione pop di ‘Past In Present’. I brividi quando arriva al cuore con ‘The Limit To Your Love’. Prova quindi a dirigere un coro divertendosi a dire che d’ora in poi penseranno che lei è una imbecille e che i canadesi sono stupidi. In forma smagliante. Dichiarazioni d’affetto continue verso Roma. Racconta che all’epoca preferì Parigi. Si becca qualche “buuu” di rimbrotto. Ammette di aver sbagliato. Mentre sullo sfondo appare un vulcano. Per il gran finale, destinato a ‘Sealion’, chiama i Lawrence Arabia che nel frattempo si erano seduti sul loggione di destra a seguire il concerto. Un momento di splendida partecipazione. Ma non è finita. Esce tra il boato di applausi a riprendersi la nostra gioia. Il bis. Che termina con l’inarrivabile, commovente ‘Intuition’. Occhi lucidi. Stato di grazia. Incantevole. Adorabile Leslie.

Emanuele Tamagnini