Fatso Jetson @ Traffic [Roma, 26/Ottorbre/2016]

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Un’onda travolgente ti risucchia, ti butta giù, ti capovolge e ti sbatacchia senza che tu possa respirare, attimi interminabili durante i quali i sensi vengono sopraffatti da tanta furia, e quando pensi che ormai sia finita ti scaraventa sulla spiaggia esanime ma vivo. Vivo per farti riflettere su quell’esperienza unica e irripetibile che lascerà il segno. In una serata nata storta a causa del cambio di location, funestata da pioggia, terremoto e turno infrasettimanale del campionato di calcio, i Fatso Jetson, ridotti a terzetto per l’improvvisa dipartita per motivi di salute del bassista / produttore Mathias Scheenberger (già sostituto di Larry Lalli per queste date europee) scaraventano sui pochissimi intervenuti una raffica di classici del repertorio e alcune nuove composizioni tratte dall’ultimo formidabile ‘Idle Hands’. Cinquanta minuti serratissimi privi di orpelli, chiacchiere o pause, dove le composizioni angolari e complesse del terzetto californiano risplendono in tutta la loro violenza. Musica tecnica e muscolare, che non deve nulla a nessuno se non all’estro di un uomo che detta le regole e fa tutto a modo suo. Rispettato e venerato nell’ambiente di genere, Mario Lalli non si preoccupa troppo di tutto ciò che comporta essere musicista, non ha la malizia di chi vuole accaparrarsi i favori del pubblico, l’unica cosa che conta è sputare il sangue attaccato alla fedele Telecaster verde acqua. Atteggiamento figlio di quel punk che ha amato da ragazzo e lo ha convinto a cimentarsi in questo mondo passando per ogni genere di esperienza. Il figlio Dino ormai a bordo da vari anni inietta una scarica adrenalinica giovanile, e sorprende per come riesca ad interagire con il padre Mario. Una lunghezza d’onda data si da motivi familiari, ma anche da una sapiente quanto prematura maturità artistica. Tony Tornay, come al solito a torso nudo e con il litro di rosso d’ordinanza appoggiato a terra, è un picchiatore da medaglia olimpica che maltratta i nove pezzi del kit con la naturalezza del veterano. I Fatso Jetson sono probabilmente i più originali, tecnici ed estrosi tra tutti i gruppi della scena stoner/desert, capaci di virare in nuove direzioni ogni volta che si presentano alla prova in studio, mantenendo un sound unico e riconoscibile tra mille. Purtroppo però non sono altrettanto fortunati dal punto di vista commerciale come ad esempio un Brant Bjork che, seppur bravo, ripropone ciclicamente una rassicurante formula collaudata. A fine concerto, quando il feedback di chiusura ci congeda dal terzetto di Palm Desert, l’amico che mi accompagna, il classico tipo che ascolta Pink Floyd e Led Zeppelin, mi fa: “ao quando questi tornano mi raccomando chiamami che non me li voglio perdere, mortacci che botta”. Lo so è solo una goccia nell’oceano, lo stesso che ti travolge senza pietà, ma che ti fa rientrare in acqua per riassaporare quel brivido senza fine.

Alessandro Bonini

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