Fatso Jetson @ Sinister Noise Club [Roma, 12/Giugno/2012]

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La notizia della mancanza del polistrumentista Vince Meghrouni mi aveva turbato. Vince, che ai Fatso presta voce, sax e armonica è rimasto a casa per riprendersi dai postumi di un grave incidente motociclistico, privando così la famiglia Lalli di quei suoni pazzi e colorati che erano ormai divenuti consuetudine dal suo innesto in pianta stabile in formazione. Per questa seconda data italiana dopo il sempre interessante Duna Jam Sardo, i Fatso Jetson rispolverano la potenza degli esordi. Mancando il “colore” i quattro californiani saturano il suono con la sostanza: un punk serrato e violento che non da spazio a riflessioni. La furia chitarristica di Mario Lalli è travolgente, la seconda chitarra, soluzione nuova per i Fatso, è nelle mani del quindicenne figlio Dino, “it’s my boy, it’s my boy” grida fiero Mario, (i due saranno protagonisti del progetto Auto Mowdown, album, prodotto da Scott Reeder, presto in distribuzione su Cobraside) un ragazzo dai lunghi riccioli neri che sembra venir fuori da un gruppo thrash di San Francisco anni ’80. Questa nuova trovata allegerisce Mario da certe parti soliste, ottimamente eseguite dal giovane Lalli, e rafforza la furia del suono quando Mario si esibisce nei suoi solo storti e nervosi. La sezione ritmica è ormai una macchina oliata a dovere e non ha bisogno di complimenti, Larry Lalli al basso a 5 corde e Tony Tornay sono devastanti e perfetti. Non cè un nuovo album da promuovere, l’ultimo ‘Archaic Volumes’ è ormai datato 2010, e dunque la setlist pesca tra le migliori composizioni dei sei album in studio rilasciati dal 1995 ad oggi, ‘Flames for All’, ‘New Age Android’, ‘Bored Stiff’ e gli inarrestabili strumentali ‘Tutta Dorma’, ‘Graffiti in Space’ e ‘Too Many Skulls’ sono solo alcuni dei brani che compongono una scaletta senza pause, senza blues, senza psichedelia senza niente, solo un hard/punk allo stato brado che vede la sua conclusione dopo poco più di un’ora, solo quando durante l’unico encore, Mario distrugge (volutamente) le corde della sua Telecaster in un serrato riff liberatorio. Loud and proud! La serata era cominciata altrettanto bene con due ottime band locali, entrambe in formazione triangolare, chitarra/basso/batteria: i romani Anotherule, attivi dal 2008, rievocano le gesta del grande hard rock dei primissimi anni ’70 e gli Elephante, formazione dal sound granitico prettamente strumentale, capace di risolvere con abilità le mancanze che l’assenza di voce può provocare. Una bella sorpresa che ha fatto muovere parecchie teste. A fine serata scambio due battute con un esausto Mario il quale mi rassicura sulle condizioni del prezioso cantante/sassofonista, “he is fine, will be back playing in a month”, compro un vinile e mi accingo a macinare i cinquanta chilometri che mi separano dal letto di casa mia.

Alessandro Bonini