Fatso Jetson + Black Rainbows @ Sinister Noise Club [Roma, 6/Aprile/2010]

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Sì ma voi, voi che leggete, dove eravate? Martedì sera, vero? Troppo lavoro? La partitella della Champions? Bravi, vi siete persi uno dei concerti dell’anno. A Roma ci sono stati, e difficlmente torneranno, i Fatso Jetson. Storica band nata a Palm Spring e mentre esplodevano lungo tutto il pianeta i Kyuss, i cugini Lalli, che ne erano stati un po’ i fondatori di quel genere, trovavano persino diffcoltà a trovare locali per suonare live. Un paio di dischi per la SST, degli split in collaborazione con Brant Bjork, il batterista dei Kyuss, e poi dopo un ultimo disco nel 2001, un lungo silenzio interrotto da un live del 2007 fino al ritorno sulle scene. Un concerto, ve lo dico, monumentale, assolutamente da mettere tra le date più belle della mia vita.

L’inizio è dato ai Black Rainbows che offrono 40 minuti invidiabili. Presentano il secondo disco ed è una band che merita uno spazio a sè, non più opening act. I riff della chitarra sono metallici e chirurgici ma mantengono una chiara evidenza stoner. Sempre sostenute le andature, non indugiano mai su se stessi e i brani scintillano uno dopo l’altro. Grandissima prestazione e altrettanto songwriting. Visto la caratura dei BR mi potevo già ritenere soddisfatto della mia serata se nel caso i Fatso Jetson avessero offerto una prestazione deludente. Idiota, solo a pensarla una cosa del genere.

Preparano gli strumenti con calma i Fatso, il chitarrista sembra Brett Gurewitz e non hanno nulla nel loro aspetto che richiami i classici stereotipi di chi suona queste cose desert. Anzi il sassofonista/armonica sembra un 50enne in vacanza. L’inizio mette subito in chiaro le cose. Cioè che questo non sarà un concerto come gli altri. Tutti e quattro gli strumenti, pur amalgamandosi perfettamente tra di loro, iniziano una lunghissima cavalcata schizofrenica verso il punk, il surf, lo stoner, l’hardcore, il free jazz. Ritmi di tempo indiavolati, uno dei batteristi più potenti e veloci mai visti in 16 anni di concerti, il sassofonista completamente immerso nelle sue scorribande. Suonano, suonano, a volte sono hardcore, a volte surf ma sti cazzi. É la loro prestazione di insieme a stupire. Eruttano riff su riff, il pubblico ad ogni fine brano lancia increduli urli di gloria verso la band. E giù un altro pezzo veloce e squadrato. Ancora, di più, sempre più veloce, ora sembrano i Minor Threat, ora i Painkiller ora i Monster Magnet; il batterista per ogni mazzata fa partire il braccio fin dalla testa simulando uno schiaffo al cuore per ogni pestata. L’armonica a bocca disegna linee saltellanti e il pubblico scapoccia quando non ulula. Quando sembra che abbiano raggiunto il climax, dopo aver sputato ogni liquido secreto sugli strumenti e sembra che gli stia per venire un tracollo da un istante all’altro, ripartono di nuovo, come un treno. Devastanti. Basta, non so più come rendervi l’idea di quello che è successo ieri sera. Della furia di questi californiani. Della commozione mia e degli altri. Di come insomma suonano dal vivo i Fatso Jetson. ESTREMI.

Dante Natale

[Vista l’eccezionalità del concerto, si impone un altro punto di vista. Con lo stesso finale, ndr]

L’esibizione dei romani Black Rainbows, ottimi suoni, buona tecnica, ma un songwriting avaro di lampi, non raggiunge i livelli di eccellenza di storiche formazioni triangolari quali Toad, Budgie e Mayblitz. Viene presentato timidamente da Gabriele, chitarra del gruppo, ‘Carmina Diabolo’ nuovo album del terzetto, disponibile anche in doppio vinile di colore rosso con copertina gatefold. Una leccornia da leccarsi le orecchie targata Goodfellas. Esibizione onesta e rocciosa.

Inquadrare il sound dei Fatso Jetson non è impresa facile, l’etichetta che gli viene affibbiata di stoner rock/desert rock band, non rende giustizia al caleidoscopio di generi che avvolge il gruppo californiano. Black Flag, Minutemen, Devo, Howling Wolf, Miles Davis, Beefheart e Black Sabbath sono alcuni dei cardini su cui poggia la proposta dei cugini Lalli. Un miscuglio di punk, hardcore, blues, jazz, hard rock con pillole di psichedelia per gradire. Roma è la prima data di un breve tour europeo che vede come ultima fermata un’apparizione al Roadburn Festival di Tilburg (Olanda), peccato per lo scarso pubblico, conto quaranta capocce a fatica. Si vabbè è martedì, c’è Messi che buca la porta, la macchina dal meccanico in panne, il suocero in fin di vita. Ma sti cazzi, non lamentiamoci se la nostra bella capitale viene esclusa dai giri che contano. Bastava un clic di nascosto dal capoufficio e avreste potuto ascoltare qualcosa in rete, leggere qualcosina tanto per. Avreste saputo che i Lalli hanno partecipato alle Desert Sessions di Josh Homme, suonato con Brant Bjork, collaborato con Chris Goss, magari avreste capito che anche se non hanno venduto molti dischi (per campare gestiscono il Cafe322, un ristorante italiano dove si suonano jazz e blues dal vivo) e siano rimasti ai margini della scena desertica che ha esaltato le gesta di Kyuss e Fu Manchu, sono comunque considerati delle piccole leggende.

L’attacco è da infarto, la chitarra di Mario Lalli si lancia in un riff frenetico, Vince Meghrouni, al sax accompagna il riff soffiando nel suo strumento a tutti polmoni, il muro di suono che ne scaturisce è alimentato da un batterista, Tony Tornay, che in trance agonistica pista e spinge in puro stile punk, ma di quello vero, quello che ti spezza senza pietà e ti lascia sanguinante a terra. Ci metto un po’ a inquadrare la situazione, i dischi li conosco bene, ‘Power Of Three’ e ‘Cruel & Delicious’ sono due piccoli tesori, ma quel che vedo è una cosa rara, dalla strumentazione non escono note, esce passione, amore per quello che si sta facendo. È palese, ci sono quattro gatti ad assistere, ma siamo qui in Italia a suonare la nostra musica. È proprio questo che ci dice Mario ringraziando per la strumentazione in prestito (chitarra e basso si sono persi allo scalo di Philadelphia), “we were looking for this tour for a long time, you know we serve drinks every day, we make pizzas and we wash windows all days, and that isn’t fun, now we are here to play rock’n’roll”, e giù duro con la chitarra. Il punk contaminato da sax e armonica è di un’intensità imbarazzante, si pesca qua e là tra i cinque lavori del catalogo, il pubblico osserva composto, schegge di blues perforano il cuore, maestosi fraseggi di chitarra improvvisati, surf music, ritmi robotici rimandano alla produzione di Homme, il basso è agile, finché non ti piazza un power chord da mandare in distorsione l’amplificatore. Sul finire un dimagrito Mario Lalli scaraventa gli occhiali a terra catturato dalla furia di un assolo. Non c’è tregua, alcune nuove composizioni prendono vita, saranno disponibili a maggio sull’album ‘Archaic Volumes’, poi arriva ‘Light Youself On Fire’ da ‘Cruel & Delicious’, è il brano più orecchiabile della serata, finchè quando ormai il quadro sembrava chiaro arriva il finale che non ti aspetti a lasciare un segno indelebile su una performance perfetta. Una lunga suite dilatata abbraccia il Miles Davis di ‘Grand Magus’ e lo fonde con ‘Safe As Milk’, il ritmo accelera per poi rallentare di nuovo, il batterista è suonato come un pugile, stravolto e paonazzo, ma preciso come all’inizio del set detta i tempi in un crescendo di emozioni, chiudo gli occhi, sono rapito, è la dimostrazione che si può creare ancora qualcosa di immortale, colto, rabbioso e tecnicamente valido. Band come queste sono perle rarissime nascoste negli anfratti di un mondo musicale che appartiene troppo spesso all’inutile. Ve li siete persi, peggio per voi.

Alessandro Bonini