Fat Freddy’s Drop + Martux_m Crew @ Auditorium [Roma, 3/Luglio/2013]

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Chi ha avuto modo di partecipare all’edizione 2012 del Meet In Town in quel dell’Auditorium Parco Della Musica ricorderà indubbiamente una line-up da urlo che andava dagli Afrika Bambaataa agli Atlas Sound, passando per Squarepusher, James Blake e Sébastien Tellier. Per quest’anno, invece, la formula è cambiata: più appuntamenti diffusi durante l’anno invece di un unico evento concentrato in due giorni, nella consueta location di Via De Coubertin. Per dirla col primo disco dei Ministri, “i soldi sono finiti”? Può darsi, ma mi piace pensare che quella dei tipi di Snob Production sia stata una scelta mirata a proporre eventi specifici invece di un grande contenitore musicale, lasciando di fatto a Spring Attitude e Pop Circus la possibilità di offrirsi come unici caleidoscopi concentrati delle nuove sonorità (elettroniche, ma non solo) nella Capitale. Per il primo (e finora unico annunciato) appuntamento, il Meet In Town propone i Fat Freddy’s Drop, combo neozelandese autore di un ottimo e fresco mix di reggae, dub ed elettronica. È la band che ha venduto più dischi nella storia di una terra che non vanta solo paesaggi da cinema, haka Māori e inaspettati pareggi con la Nazionale italiana di calcio nell’edizione dei Mondiali più disgraziata che la storia recente ricordi.

Dopo aver fatto un giro tra le fotografie della mostra “Per Voi Giovani”, curata dallo storico conduttore radiofonico Carlo Massarini e dedicata al recentemente scomparso Claudio Rocchi, mi dirigo verso la tribuna della Cavea dell’Auditorium di Renzo Piano, opera architettonica meravigliosa (nella mia personale classifica di gradimento solo seconda allo Stadio San Nicola di Bari per motivi tutt’altro che oggettivi ed estetici). Ad aprire la serata il progetto internazionale della Martux_m Crew, che vede un trio di djs italiani, costituito da Martux_m, Kocleo e Zeno, accompagnato dal sassofonista Francesco Bearzatti, dal trombettista norvegese Nils Petter Molvær e dal chitarrista norvegese Eivind Aarset. Un vero e proprio supergruppo, considerando i curricula dei singoli membri: basti pensar che Molvær è da ascrivere tra i pionieri del connubio jazz+elettronica e che Aarset ha collaborato con pesi massimi della scena jazz mondiale (vi dice niente Ray Charles?). La band presenta al pubblico alcuni estratti da ‘Imagine’, opera prima pubblicata dalla Parco Della Musica Records, etichetta discografica che, come si evince facilmente dal nome, è strettamente legata alla location dell’evento. Il nome del disco è un tributo alla famosissima canzone di John Lennon, ma la proposta è quanto di più lontano possa immaginarsi dal concetto di cover: “Imagine” è solo uno spunto narrativo per musica diversa. Jazz ed elettronica flirtano continuamente, ammiccandosi reciprocamente senza mai cedersi il passo. Sui beat di stampo minimal si stagliano i fiati instabili di Bearzatti e Molvær, coadiuvati dalla chitarra di un Aarset che soffre di horror vacui e funge da collante, ora con (sporadici) riff, ora con effetti noise, tra i diversi piani di suono creati dal trio elettronico. Una proposta futuribile e ambiziosa di non facile accessibilità, ma che riesce a catturare l’attenzione e ad ottenere gli applausi dell’attento pubblico.

Il rapido quarto d’ora di cambio palco (come sempre l’Auditorium è una macchina ben oliata in tal senso) è reso piacevole da un’ottima selezione di classici del soul e dell’r&b ed è così che, accompagnati dalle note di Al Green e dei Neville Brothers, ci accingiamo ad ascoltare i Fat Freddy’s Drop, i quali fanno il loro ingresso trionfale sul palco accolti da una vera e propria ovazione dell’abbondante pubblico accorso al Meet In Town. Ci si alza in piedi all’istante, lasciandosi alle spalle i comodi seggiolini dai quali si era ascoltato comodamente il progetto precedente. I sette dell’Oceania ci fanno subito immergere nel mondo di ‘Blackbird’, la loro ultima uscita, il disco che gli UB40 dovrebbero scrivere da anni e che puntualmente, nonostante il buonissimo ‘TwentyFourSeven’ del 2008, non riescono a realizzare. I brani proposti dalla band sono dei piccoli saggi di come dovrebbe suonare il reggae oggigiorno per essere originale: una sezione fiati puntuale e completa sia nel creare melodie trainanti sia nel sottolineare determinati passaggi dei pezzi (soprattutto le strofe); una voce calda e penetrante, la quale sciorina liriche non necessariamente catchy ma capaci di colpire gli astanti e di suggerire il sing-along; una base ritmica ricca e varia nelle soluzioni, per quanto il sottoscritto continui a preferire la batteria suonata live a una drum-machine comunque credibile, quantomeno in ambito reggae. Il gruppo riesce a coinvolgere egregiamente il pubblico, facendo cantare e istigando alla danza nonostante la distanza tra musicisti e platea renda il tutto più distaccato di come dovrebbe essere. Joe “Hopepa” Lindsay (trombone e tuba) è il vero mattatore della serata, grazie alla sua mise cestistica total-white e alle sue movenze che lo renderebbero il compagno di ballo ideale per una serata insonne ai limiti del penalmente perseguibile (soprattutto da un punto di vista estetico). E quando la band inizia a suonare ‘Roady’ da ‘Based On A True Story’, l’album ormai di culto che li ha lanciati, diventa davvero impossibile non lasciarsi andare al magico ritmo del levare. L’esibizione è incentrata principalmente sulla componente più reggaeggiante della discografia ed è meno incline a mostrare le sonorità dub-tech ed elettroniche che hanno fatta apprezzare i Fat Freddy’s Drop anche ai meno avvezzi alle musiche giamaicane. Un’ora di concerto che mi lascia decisamente soddisfatto, a differenza della maggior parte dei presenti, la quale reclama a gran voce un bis che non arriverà. Forse che sarebbe stato troppo difficile riportare sul palco DJ Fitchie, le cui dimensioni ricordano sensibilmente quelle di un lottatore di sumo? Resta che i Fat Freddy’s Drop sono uno dei migliori gruppi reggae in circolazione, soprattutto live, grazie alla capacità di reinterpretare il genere in modo dinamico ed aperto ad influenze altre, cosa non scontata in uno stile musicale tendenzialmente (dipinto come) statico ed autoreferenziale. E tutte le volte che Dobie Blaze ha preso in mano la melodica o diamonica che dir si voglia, ho pensato che se avessi incrociato prima la strada di Augustus Pablo probabilmente avrei trascorso tutti i pomeriggi dei tempi delle medie a suonarla, piuttosto che costringere i miei a comprarmi un’ordinaria tastierina Bontempi. È andata così.

Livio Ghilardi

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