Fast Animals and Slow Kids + Edda @ Villa Ada [Roma, 1/Agosto/2017]

626

Questa sera a Villa Ada è di scena il rock italiano, o quello che comunemente chiameremo tale. Diretto e senza fronzoli, di nuova concezione e di vecchia scuola, d’approccio internazionale e di recupero della migliore tradizione. L’occasione è la data estiva romana dei Fast Animals and Slow Kids, ospitata dai ragazzi dell’Arci nella manifestazione “Villaggi Possibili” e prodotta da Ausgang. In apertura troviamo Edda e ancor prima Le Capre a Sonagli, progetti che ai Fask sono accomunati dalla buona stella della Woodworm, una delle migliori etichette discografiche che il nostro panorama indipendente ci abbia mai donato. Ma andiamo con ordine. Alle 20.45, Le Capre A Sonagli prendono posto sul palchetto dell’area del D’Ada Club, ovvero la parte gratuita della manifestazione. La band bergamasca si forma nel 2011 sulle ceneri dei Mercuryo Cromo. Dopo la produzione di un EP autoprodotto, realizzano il primo disco “Sadicapra” nel 2013, seguito da “Il Fauno” nel 2015 e da “Cannibale”, uscito nel marzo di quest’anno e prodotto da Tommaso Colliva. L’organico è composto da Matteo Lodetti al basso, Stefano Gipponi e Giuseppe Falco alle chitarre e Enrico Brugali alla batteria, tutti con facoltà e propensione canora. Il suono è sporco e denso, lisergico ed evocativo. Heavy-psych sbilenco e drogato, che in una mezzora si compie in un vortice colorato e d’impatto, dalla forte matrice psichedelica e freak, in un tripudio di ritmiche tribali ed ancestrali. La scaletta pesca nei tre lavori del gruppo, non preoccupandosi di promuovere in maniera particolare l’ultima fatica, ma puntando su un suono ed un mood che siano funzionali al farsi conoscere ed apprezzare dal pubblico presente. Devo dire che ci riescono.

Edda ha una lunga carriera musicale alle spalle, che lo ha visto attraversare un decennio importante del rock nostrano con i Ritmo Tribale, dalla loro formazione nella metà degli anni ’80, fino alla pubblicazione del sesto album “Psycorsonica” nel 1995. Da allora decide di ritirarsi dalle scene per dodici anni, tempo in cui si dedica alla pratica della religione Hare Krishna e alla disintossicazione dalla dipendenza dall’eroina. Nel 2009 tornerà sulle scene con il disco “Semper Biot”, in cui, come recita il titolo in dialetto milanese, si metterà a nudo scavando nella profondità di una vita ritrovata. Con “Odio i Vivi” del 2012 il suono diventerà molto meno scarno rispetto all’esordio solista. Questo processo di spessimento del sound troverà maggior compimento nel seguente “Stavolta Come Mi Ammazzerai?” del 2014. L’ultimo disco “Graziosa Utopia” del febbraio di quest’anno, rappresenta un passo avanti ulteriore, ottenendo un’immediatezza inaspettata, frutto di maturità, forza e disperazione, senza tralasciare profonde suggestioni d’amore e spiritualità. Grande merito vanno ai testi diretti ma mai banali, agli arrangiamenti curati e alla produzione attenta di un album, che si annovera con netto anticipo tra i migliori usciti quest’anno. Alle 21.30 il rocker milanese fa il suo ingresso sul main stage imbracciando la sua chitarra, coadiuvato da Luca Bossi al basso, synth e korg, Fabio Capalbo alla batteria e Francesco Tomassi alla chitarra. La gente inizia ad arrivare alla spicciolata e pian piano creerà un bel colpo d’occhio. Nel frattempo il concerto si apre con “Il Santo e Il Capriolo”, seguita dal gran tiro di “Benedicimi”. Rock di gran classe evidenziato da un basso pulsante, fraseggi di chitarra, batteria di spessore e la voce inconfondibile che contraddistingue l’atipico frontman. “Bellissima” e “Brunello” si lasciano apprezzare per concretezza e la progressione avvolgente. “Pater” porta il fomento giusto, che lancia molti tra il pubblico in un canto azzardato. La successione che segue si compone di “Signora, “L’innamorato”. “Zigulì” e “Picchiami”, risultando formalmente di ottima fattura. “Mademoiselle” coinvolge del tutto, rimarcando il gusto per gli arrangiamenti anche dal vivo, mostrando una perizia tecnica notevole della band e una vocalità importante che esalta i testi crudi e visionari. “Spaziale” parte chitarra e voce e poi sale languida e soffusa con l’ingresso graduale degli altri strumenti, creando una ballata dal gusto retrò. Preceduta da una calorosa dedica ai presenti, parte una bella versione di “Arrivederci a Roma”, arricchita dal battimano centrale di un pubblico, a cui arriva sempre più chiara la coesione mostrata sul palco. “Un Pensiero d’Amore” è un brano complesso e articolato con cambi di ritmo e di atmosfera. “Milano” è scarno ed essenziale. Edda viene lasciato solo sul palco ed esegue il brano chitarra e voce con profonda intimità. La band rientra e “Stellina” è un rock muscolare di matrice nineties, con squarci melodici di profondo talento. A questo punto saluta, ringrazia e chiude con una versione di grande impatto di “Dormi e Vieni”. Cinquanta minuti di show, in cui un cantante dall’aspetto del tutto informale, riesce a mettersi a nudo come pochissimi altri sanno fare. Un gigante quasi alieno quindi, ma dotato di un’umanità tra le più contagiose in circolazione.

Alle 23.00 i Fast Animals and Slow Kids salgono sul palco, accolti dal boato della folla che intanto si è fatta molto numerosa. La band perugina festeggia i dieci anni di attività con la pubblicazione nel febbraio di quest’anno del loro quarto album. “Forse non è la Felicità” segue “Cavalli” del 2011, “Hybris” del 2013 e “Alaska” del 2014. Rispetto ai precedenti il disco risulta più maturo, sia in veste compositiva che di pura esecuzione strumentale. Questo ha portato ad aggiungere un quinto elemento in tour. Oltre a Aimone Romizi alla chitarra e alla voce, Alessandro Guercini alla chitarra, Jacopo Gigliotti al basso e Alessio Mingoli alla batteria, abbiamo in tour anche Daniele Ghiandoni alle tastiere e alla chitarra. Aimone è istrionico ed energico, intrattiene il pubblico, salta da una parte all’altra, sale a cantare e suonare in bilico sulle spie di palco e non disdegna affatto di praticare del selvaggio stage diving. Il pubblico è entusiasta e canta i brani a squarciagola. Una grande dose di energia si irradia tutt’attorno. Anche chi non è un fan della band, deve riconoscere la potenza di suono e l’impatto che questi musicisti esercitano durante i concerti. La scenografia è essenziale quanto funzionale. Grande importanza hanno le luci, che fendono l’aria giocando in perfetto synch con le scorribande sonore provenienti dal palco. L’elettricità è ovunque e scorre lungo una scaletta infarcita dei brani più rappresentativi del loro repertorio. L’apertura è affidata a “Coperta”, seguita da “Calci in Faccia”, “Giorni di Gloria” e “Tenera Età”, che alza il livello al massimo della bolgia. Da lì sarà difficile tornare indietro e “Ignoranza”, “Abete”, “Montana” e “Mariantonietta” manterranno alto il livello di guardia. Il pubblico le sa tutte e partecipa al meglio. Quindi è il momento del primo ospite della serata. Giancane, chitarrista del Muro Del Canto e autore di un album a proprio nome, viene invitato sul palco per interpretare una versione della sua “Vecchi di Merda”, riarrangiata per l’occasione dal combo umbro. Una buttata in “caciara” in grande stile che coinvolge i presenti. Lo spettacolo continua senza pause con “Il Vincente/ Te lo Prometto” e con una versione al fulmicotone di “Come Reagire al Presente”, primo singolo tratto dal precedente “Alaska”. Mentre eseguono “Il Mare Davanti”, brano con cui si accingono a chiudere la prima ora di concerto prima dei bis finali, avviene un fatto molto particolare, che in tanti anni di militanza nei concerti non mi era mai capitato di vedere. La forza di spinta del pogo del pubblico sfonda le transenne antipanico poste davanti al palco, aprendole al centro come il mar rosso per Mosè. Nulla di mistico, ma c’è stata dell’apprensione giustificata da parte di organizzatori e sicurezza, intenti a spingere le transenne per mantenerle ferme e non procurare guai. Rimarranno stoicamente così fino al termine del concerto. I bis si aprono con l’ingresso sul palco di Davide Toffolo, presentato da Aimone come una fonte d’ispirazione degli esordi e che con chitarra, voce, maschera e costume d’ordinanza, eseguirà insieme a loro una bella versione di “Prova a Star Con Me” dei suoi Tre Allegri Ragazzi Morti. Lo spettacolo prosegue con l’esecuzione del recente singolo “Annabelle”, a cui segue “A Cosa Ci Serve”. Hanno un gran tiro e nessun cedimento. Questo rito messianico collettivo si chiude dopo un’ora e mezzo di celebrazione, con una bella versione di “Forse non è la Felicità”, conclusa dal coro a cappella del solo pubblico incitato dalla band. Applausi reciproci.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here