Farm Festival @ Masseria Papaperta [Castellana Grotte, 12-13/Agosto/2019]

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Il Farm Festival è uno degli eventi che ha saputo imporsi più autorevolmente nel cartellone estivo pugliese, in crescita negli ultimi anni grazie alla diffusa espansione dell’offerta artistica nel tacco dello Stivale: non è un caso che l’edizione appena conclusa sia stata fra quelle di maggiore successo fra le otto. La cornice è rimasta quella di sempre: la settecentesca Masseria Papaperta, splendida azienda agricola situata al crocevia dei territori di Alberobello, Castellana, Putignano e Noci, fra i più turistici dell’entroterra barese. Immersa nel verde, delimitata dai caratteristici muretti a secco e popolata dai trulli, ha ospitato due palchi: il main stage, sul lato opposto rispetto all’ingresso, dove si sono esibiti quattro artisti in due giorni, e il dream stage, di dimensioni più contenute e molto più suggestivo, perché posto davanti al trullo che si staglia al centro del prato. Ma il Farm, da sempre, è pensato come un’esperienza sensoriale a trecentosessanta gradi e, ogni anno, vede diverse forme d’arte abbracciarsi: sono tornate la compagnia Eleina D, con spettacolari esibizioni di danza aerea, le proiezioni selezionate dal festival PerSe Visoni di Polignano a Mare e l’area di skywatching nelle notti di stelle cadenti, ma sono presenti anche il Collettivo Fac, con il programma di residenze d’artista Industrial Therapy, Fatti di China con aree dedicate alla pittura, lo studio di architettura Juse con un focus sul design e spazi per la mostra e la poesia. A fare da contorno, anche quest’anno, stand dedicati all’artigianato locale, alla vendita di dischi e vinili e la solita attenta selezione enogastronomica.

Nella prima serata, il dream stage ha visto il debutto solista di Mejic Inca, moniker di Leo Ostuni (già protagonista Moustache Prawn), che da poco ha pubblicato il singolo “Marvin”. Il suo è un pop lo-fi, liquido e ammantato di psichedelia, ma l’esibizione troppo breve per potersi sbilanciare nei giudizi. Sullo stesso palco, poco dopo, i fiorentini /handlogic hanno presentato alcuni brani di “Nobodypanic”. Ironia della sorte, abbiamo assistito al secondo concerto della band toscana in appena ventiquattro ore, all’indomani del live a Castelbuono per Ypsigrock 2019. Prevedibilmente, le sensazioni non sono cambiate: il pop elettronico degli /handlogic è autentico, si carica di sentori black e ammicca al jazz, manifestando anche un certo gusto sperimentale, e si rivela, anche dal vivo, una delle più belle pubblicazioni italiane del genere nel 2019. L’attenzione si è poi spostata sul palco principale, dove Drast e Lil Kaneki, meglio noti come Psicologi, hanno portato il loro cloud rap: buono l’impatto dal vivo, grazie anche alle basi esplosive, e la capacità di coinvolgere la folla con i brani di “2001”, EP di stampo pop-rap che racconta il disagio della generazione Z e già piuttosto chiacchierato dagli addetti ai lavori. Il virtuoso polistrumentista barese Walter Celi, fresco di nomina come Best Performer 2019 per Keep On Live, ha scaldato ulteriormente l’atmosfera sul dream stage, in attesa degli headliner Fast Animals and Slow Kids sul palco principale. I perugini hanno accontentato fan nuovi e vecchi, con una scaletta infarcita di brani dell’ultimo “Animali notturni”, ma non sono mancati i classici estratti dai precedenti tre dischi. Nel 2019, di sicuro, non può più essere una novità, ma gli umbri hanno confermato di essere fra i migliori performer dello Stivale, trascinati come sempre da un grande Aimone Romizi. Non è soltanto una questione di interpretazione vocale priva di sbavature: è l’energia dirompente, il talento naturale nel coinvolgere il pubblico e l’atteggiamento da vera e propria rockstar che fa di Aimone Romizi il frontman perfetto per la band. Al netto della virata in direzione pop dell’ultimo disco, i nuovi brani (“Radio radio”, “Non potrei mai”, “Novecento”) hanno conservato l’impostazione rock che contraddistingue i primi lavori della band e nelle prime file il pogo non ha conosciuto momenti di pausa. Fra i momenti migliori, “Coperta” e “Come reagire al presente”, oltre alla rocciosa a “A cosa ci serve” in chiusura. La prima serata dell’ottava edizione di Farm Festival si è chiusa con il delirio collettivo sull’electro-samba dei romagnoli Ponzio Pilates, reduci da Glastonbury e protagonisti di un set notevole, che ha li ha visti giocare con psichedelia sghemba e funk e far ballare una folta schiera di presenti, oltre al consueto dj-set di Rais.

Serata da record, o quasi, la seconda: perso il conto delle edizioni di Farm Festival a cui abbiamo partecipato, a memoria fatichiamo a ricordare Masseria Papaperta così popolata com’è accaduto in occasione dell’ultimo giorno, quest’anno. La prima a calcare il dream stage è stata Julielle, promessa del soul elettronico nostrano: il suo set, a dispetto della brevissima durata, affascina, ma, dobbiamo ripeterci, è necessario attendere prove dal minutaggio più impegnato. Andrea Rota aka Calabi, ex frontman dei Plastic Made Sofa, ha seguito Julielle sullo stesso palco: un EP e una manciata di singoli all’attivo, Calabi è autore di un pop sintetico e acidulo, che in sede live tradisce anche un’attitudine cantautoriale. Una buona mezz’oretta in sua compagnia ha anticipato l’esibizione, sul main stage, di Venerus, tra i nomi più interessanti in vista quest’anno. Venerus rappresenta un’alternativa credibile e – davvero – dal respiro internazionale a molto pop nostrano, finito in una spirale di omologazione: il cantato è prettamente soul, ma sul palco emergono sfumature jazz fra le varie trame elettroniche che disegnano lo scheletro del sound dell’artista milanese. Quella di Venerus è stato uno dei live più belli consumatisi sui palchi di Masseria Papaperta nel 2019, capace di conquistare anche i non avvezzi a un certo tipo di sonorità: la sua bravura sta nel filtrare tutto ciò con grande attenzione per le melodie (leggasi “pop”), ma senza rinunciare alla qualità e senza ambire soltanto alla classifica. Si sono quindi riaccese le luci sul dream stage, dove il virtuoso del trombone e specialista europeo di radong (la caratteristica tuba tibetana) Michele Jamil Marzella ha suonato per una ventina di minuti nell’attesa di Nada, seconda headliner di questa edizione. La cantautrice e attrice di Gabbro si è presentata sul palco accompagnata dalla sua band e, nel corso di una ricca scaletta, ha esplorato a fondo l’ultima fatica di una vastissima discografia (“È un momento difficile, tesoro”), pubblicata all’alba di quest’anno. Dalla titletrack a “Macchine viaggianti”, passando per “Disgregata”, la performance ha messo in luce l’ottimo stato di salute di Nada, con il suo classico timbro leggermente graffiato, ma a suo agio anche nelle parti più acute. Dopo una piccola pausa dovuto al malfunzionamento di un microfono, comunque, sono arrivati anche alcuni classici come “All’aria aperta”: proposta in una versione solo voce, ha rappresentato uno dei momenti più alti di tutto il concerto, anche grazie alle belle suggestioni regalate da una folla che dopo qualche secondo si è stretta in un coro unico per supportare Nada. In chiusura, puntuale, spazio ad “Amore disperato”, durante uno spettacolo di danza aerea e la conseguente pioggia di coriandoli. Prima del dj set di Mars, su cui si è spenta anche l’ottava edizione di Farm Festival, sono stati i Technoir gli ultimi a esibirsi sul dream stage del trullo maggiore. Il duo greco-italo-nigeriano ha portato al Farm Festival una mistura fluida di black music sperimentale, in bilico electro soul e nu jazz, e ha saputo restituire le stesse buone impressioni dell’album di debutto (“NeMui”). Giunto alla sua ottava edizione, il Farm si dimostra una realtà sempre più solida nel panorama festivaliero pugliese: una lineup mai banale unita a una proposta artistica articolata, l’ambiente rilassato e informale e una location di qualità come Masseria Papaperta lo rendono uno degli eventi irrinunciabili per pugliesi e non solo.

Piergiuseppe Lippolis

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