FARM Festival @ Masseria Papaperta [Alberobello, 6-7/Agosto/2018]

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Il Farm Festival ha saputo imporsi, negli ultimi anni, come uno degli eventi più attesi nel sempre più ricco cartellone estivo pugliese, forte di una proposta variegata e ricca, capace di andare ben oltre la sfera meramente musicale e di costituire un’esperienza sensoriale a trecentosessanta gradi. La settima edizione dell’evento ospitato – come ormai di consueto – dalla splendida Masseria Papaperta, azienda agricola situata al confine fra i territori di Alberobello e Castellana Grotte, si è conclusa un paio di giorni fa, confermando la sua capacità di attrarre un pubblico estremamente composito, in termini di età anagrafica e inclinazioni personali. Doveroso è un cenno a tutto ciò che contribuisce a fare del Farm Festival un evento praticamente unico nel suo genere. Quest’anno, il verde e i trulli di Masseria Papaperta sono stati la cornice per la danza aerea della compagnia Eleina D, i ritratti di luce con lampada wood di Angelo Liuzzi, le installazioni video di Raffaele Fiorella, le mostre “The Look Towards The Light” di Vito Capozza e “Ritratti Di…” di Valentina Ladogana, le proiezioni all’interno dei trulli di animazioni a cura del Festival PerSe Visioni – Art Factory di Polignano A Mare e l’angolo riservato allo skywatching a cura del professor Rizzi dall’Osservatorio Astronomico Sirio. A tutto ciò vanno aggiunti i vari banchetti e la ricca offerta gastronomica, oltre allo spazio Fatti Di China che ha ospitato cinque creativi.

L’epica del Farm Festival musicale, invece, inizia con l’esibizione sul main stage di Gigante, che qualche mese fa ha imbracciato l’ukulele per avviare la sua carriera solista, dopo due buonissimi lavori coi Moustache Prawn. Il cantautore fasanese ha proposto praticamente tutti i brani dal disco di debutto ‘Himalaya’, che concilia atmosfere invernali e un indie folk piuttosto aperto a contaminazioni varie ed eventuali, come nel caso di ‘Zaino’ e ‘Siberia’, i cui scenari vagamente tex-mex ricordano i Calexico. I momenti più alti del live sono coincisi coi due singoli ‘Frank’ e ‘Sopravvissuti’, testimoniando il talento dell’artista, che ha poi chiuso con una rivisitazione personale della sigla di “Ken Il Guerriero”. L’attenzione si è quindi spostata verso il dream stage, ovvero il trullo situato al centro del prato, teatro della breve esibizione chitarra e voce del cantautore pugliese, reduce dall’ispiratissimo ‘Learn To Live’, e particolarmente apprezzato dai presenti. Il secondo artista a calcare il main stage è stato, invece, Francesco De Leo, da poco tornato con un nuovo album solista, dopo lo sfortunato debutto del 2014. ‘La Malanoche’, pubblicato per Bomba Dischi e prodotto da Giorgio Poi, è probabilmente il lavoro più ambizioso della carriera del romano. Molto vicino musicalmente proprio alla psichedelia liquida che aveva contraddistinto il debutto solista anche dell’ex-Cairobi, ‘La Malanoche’, rispetto a ‘Fa Niente’ di Giorgio Poi, presenta atmosfere più sognanti, sottotesto azzeccato per la scrittura ermetica e indecifrabile dell’ex-Officina Della Camomilla. Francesco De Leo è parso più sicuro e maturato rispetto al passato e i picchi dell’oretta di live sono coincisi con il jazz acidulo e sghembo di ‘Muse’ e col passo sostenuto della citazionista ‘Lucy’, poi l’artista si è congedato con il brano più popolare firmato Officina Della Camomilla, ovvero ‘Un Fiore Per Coltello’, a cui ha ridisegnato la veste, per l’occasione. L’intermezzo di Michele Jamil Marzella ha preceduto l’esibizione dei primi ospiti internazionali di questa edizione del Farm Festival: i Toy. A poco meno di due anni dalla loro ultima fatica discografica, il quintetto inglese è tornato in Italia per l’unica data italiana di quest’estate. Sin dalle sue prime battute, il sound live è parso muoversi entro le coordinate di un post punk acidulo, allontanandosi parzialmente da quella miscela fluida di shoegaze e psichedelia che, invece, contraddistingue i lavori in studio. Non è stato, però, un limite: chi conosceva i Toy ha saputo apprezzare una scaletta trasformata rispetto alle ultime uscite, inaugurata da ‘Dead & Gone’ e chiusa da ‘Join The Dots’, al termine di un’oretta circa di live che ha conosciuto i suoi momenti migliori durante ‘It’s Been So Long’ col suo incedere impetuoso ma stralunato e i muscoli di ‘Motoring’, ma anche con i cambi di ritmo e la dolcezza di ‘Another Dimension’, nel finale. Il dj set di Tuppi ha poi chiuso la serata sull’underground stage.

Ad aprire la seconda, al crepuscolo, è stato Arnaldo Santoro aka Ainè, giovane promessa della musica nostrana, reduce da un EP e giunto in Valle d’Itria anche per presentare il suo nuovo album in uscita a ottobre. La proposta di Ainè è parecchio moderna, unisce soul ed elettronica e rappresenta qualcosa di unico, o quasi, sull’attuale scena italiana. Al termine di un live breve ma durato abbastanza da poter esprimere il talento dell’artista, il breve viaggio dei due percussionisti fasanesi Wamboo-P, in bilico fra suoni mediterranei e profumi orientaleggianti. A calcare il palco principale, quindi, è stata Lucia Manca, cantautrice salentina tornata a sette anni dal suo debutto con un album accolto molto positivamente dalla stampa di settore. Anche in sede live, l’artista è stata autrice di una prova solidissima, con la sua voce calda ed elegante cullata da atmosfere anni ottanta. Nel caso di Lucia Manca, però, non si tratta affatto di quel revivalismo pedissequo e sterile che ha preso piede nell’ultimo periodo in Italia, quanto della definizione di un’estetica e di un sound che attinge alla tradizione cantautorale italiana, a Loredana Bertè, a suoni synth pop impreziositi da venature dreamy in alcuni casi e psichedeliche in altri: un’elaborazione personale di un pop maturo e mai troppo semplice, interpretato benissimo anche dal vivo. Il rapper napoletano Pepp Oh ha poi accompagnato l’attesa per M¥SS Keta, che ha attratto la più corposa fetta di pubblico della due giorni, presentatasi sul palco puntuale, in un eccentrico vestito rosa scollato, accompagnata da due dj e due ballerine. L’artista ha cominciato il suo spettacolo con ‘Una Vita In Caps Lock’ e ‘Una Donna Che Conta’, dedicando la prima parte del concerto proprio al suo primo vero disco, pubblicato quest’anno e intitolato ‘Una Vita In Caps Lock’. Stipati nelle ultime caselle della scaletta, invece, tre dei suoi brani più popolari: ‘Xananas’, in studio realizzata in collaborazione con Populous, ‘Le Ragazze Di Porta Venezia’ e, nel bis, anche ‘Milano Sushi & Coca’, con il quale si era presentata qualche tempo fa. M¥SS Keta è così, prendere o lasciare: la parte di pubblico che non la conosceva si è divisa fra chi l’ha bollata come trash, definendola eccessiva e volgare, e chi – la maggioranza – si è divertito e ha ballato. È lei stessa a non aver paura di autodefinirsi trash: il suo personaggio si nutre di eccessi, a partire dai testi che parlano spesso di droga e contengono riferimenti sessuali, e non esige certo di presentarsi come autrice nazionalpopolare e per tutti. Al netto di tutto questo, al di là delle posizioni personali e dei giudizi di valore sulla proposta artistica della milanese, va sottolineata la sua capacità di esercitare un’attrazione magnetica, di far cantare, ridere e ballare tanta gente, nonostante la sua popolarità sia maggiore ad altre latitudini. A suggellare la settima edizione del Farm Festival sono stati Matias Aguayo e il dj set di Antistandard Recs. Il quarantacinquenne cileno ma ormai tedesco acquisito è stato autore di un live assolutamente convincente, cresciuto col passare dei minuti, che, oltre a regalare un finale tutto da ballare, ha messo in luce anche le sue doti canore su basi in perenne tensione fra (micro)house e (minimal) techno, con sporadici richiami latineggianti. A notte fonda è andata davvero in archivio un’altra bella edizione del Farm Festival, la cui atmosfera sempre familiare e festaiola rappresenta un punto di forza cruciale per fidelizzare i presenti e ottenere risposte sempre migliori in termini di pubblico.

Piergiuseppe Lippolis

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