Fantômas Melvins Big Band + Zu @ Qube [Roma, 27/Aprile/2006]

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Ogni volta che ci sono concerti in cui figura Mike Patton c’è sempre grande curiosità, senz’altro giustificata visto ciò che il talentuoso cantante è riuscito a fare in più di 17 anni di attività. La curiosità stavolta è doppia per via dei nomi che calcano il palco insieme a lui: King “Telespalla Bob” Buzzo (Melvins) ai cori e alla chitarra, il quattrochi David Scott Stone (Melvins) a chitarra, basso e cavo elettrico, Dale Crover (Melvins) in tuta da ciclista ai dialoghi e a una batteria + gong, Dave Lombardo (Slayer e Fantômas) all’altra batteria e all’altro gong, Trevor Dunn (Mr Bungle + Fantômas) in versione capellone al basso. Patton invece è addetto alla parte elettronica, a tre microfoni e alla direzione d’orchestra. La sua gamma vocale è impressionante, growl profondissimi si alternano a sovracuti lancinanti, la padronanza dello strumento corde vocali è assoluta. Ma da lui ci si aspetta di più. A parte qualche episodio (come l’ipnotico brano di apertura, ricco di atomsfera e caratterizzato da cori stranianti, che il pubblico ignorante e merdallaro ovviamente non gradisce) si limita a giocare insieme ai suoi compari a chi è il più bravo, senza esagerare in sboronaggine ma senza neanche dar sfoggio di tutta l’ecletticità di cui è capace. Ci si diverte perciò a sentirlo accompagnare ogni singolo strumento sovrapponendo ad ognuno di essi un relativo urlo o verso, ma non ci si sente soddisfatti. Si apprezza la cadenza marziale che come un panzer riempe l’aria (a proposito, al contrario di quel che mi aspettavo l’acustica è più che buona), si gode delle scosse telluriche dei batteristi, dell’incisività della chitarra di Buzzo, della sapienza dei vocalizzi di Patton, ma non ci si entusiasma, non si grida al miracolo. Anche le “pattonate” e le concessioni istrioniche al pubblico nel suo fantastico accento italiano sono ridotte al minimo, anche se rimane memorabile il “a li mortacci vostraaaaaa” durante il finale indemoniato di un brano. Ma sono episodi, il resto scorre liscio senza soprendere quasi mai. La stessa impressione che mi aveva suscitato il buon Mike tempo fa al Circolo degli Artisti in coppia con Rahzel, probabilmente ci si aspetta troppo da lui, probabilmente dal vivo è solo un perfetto performer, rimane nascosta la sua enorme creatività artistica. Motivo per il quale, una tantum, preferisco parlare alla fine del gruppo che ha aperto la serata.

Degli Zu su queste pagine si è parlato già abbondantemente in passato, ma stavolta sono stati semplicemente inarrivabili. Il gruppo di Ostia ha raggiunto una maturità che per una sera li porta a oscurare nomi ben più celebri. Il loro jazz-core si è evoluto fino a raggiungere vette che qualsiasi altro gruppo italiano (e non solo) non potrebbe neanche inquadrare col binocolo, arrivando a calcare strutture math e a sfiorare persino sonorità elettroniche gabber-house in qualche momento. Tutto questo semplicemente con batteria, basso e sax. Le collaborazioni con gente come Steve Albini, John Zorn e Mats Gustafsson sono un indice della stima che il trio di Ostia gode presso i maggiori numi dell’underground internazionale. E in questa occasione dimostrano di meritarla tutta. Il suono del basso di Massimo Pupillo e quello del sax di Luca Mai sono spesso irriconoscibili e non solo per i pedali usati ma anche per la padronanza nell’uso dello strumento (Pupillo addirittura crea armonici velocissimi muovendo la mano sinistra come un chitarrista di flamenco su un’unica corda all’altezza del ponte). Tempi disparissimi si alternano a cadenze quasi dance, la batteria di Jacopo Battaglia è come sempre cristallina nonostante il notevole impatto sonoro, una pulizia commovente. Che fossero musicisti eccezionali era noto, ma l’aver saputo sostenere un set di 45 minuti senza alcun calo nella resa, nell’energia, nell’ispirazione e nella convinzione del pubblico (il pubblico di cui parlo sono io, ovviamente) è stata veramente una piacevole sorpresa. Le pirotecniche invenzioni strumentali non sono mai fini a se stesse ma sono completamente a supporto di una razionalità compositiva che non ha eguali perlomeno nel nostro paese. La loro performance si conclude su ritmi lenti e ossessivi, frequenze basse, distorte e penetranti, quasi un omaggio ai Melvins che da lì a poco sarebbero saliti sul palco. Ma questa è storia nota.

Daniele Gherardi

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