Fair Ohs @ Akab [Roma, 8/Ottobre/2010]

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Prendete tre ragazzi dell’East London con l’hardcore nel sangue e fategli suonare musica afro-caraibica. Potreste essere scossi da un cocktail esplosivo, uno schiaffo in faccia che vi fa accorgere quanto il sottobosco della capitale inglese sia ancora vivo e in grado di sorprendere. I Fair Ohs appartengono a quella realtà londinese distante dai clamori della stampa e dai riflettori dei Mercury Prize, una realtà fatta di tirature limitate, compilations in vinile e cassetta, e collaborazioni fra piccole band di amici. Un Do It Yourself dettato da necessità, che ha molto in comune con quello dei nuovi fenomeni a bassa fedeltà nati recentemente dall’altra parte dell’oceano. Garage, noise e feedback gli elementi che caratterizzano l’espressività di queste nuove “comunità” londinesi, particolarmente significativa quella che fa capo alla Paradise Vendor Inc, etichetta dei giovani punkers Male Bonding (ora accasati alla Sub Pop), amici con i quali i Fair Ohs hanno già condiviso alcuni split e rispetto ai quali si distinguono per il gusto dell’esotico. I tre sono riusciti brillantemente a filtrare l’hardcore-punk delle loro origini attraverso una commistione di vari generi: garage 60’s e Benga beat, contaminazioni afro alla Vampire Weekend e un’attitudine lo-fi che conduce direttamente verso le spiagge della Florida dei Surfer Blood.

Eccoli presentarsi nel bel mezzo della movida di testaccio, in un venerdi sera che deve ancora decollare. “We are french!” è il saluto che apre il concerto a mezzanotte inoltrata, una piccola bugia che ha il suo fondo di verità dati i trascorsi francesi del cantante e la sua passione, tra le altre, per il french pop degli anni ’60. La setlist della serata non prevede la cover del brano di Brigitte Bardot ‘La Madrague’, e non c’è neanche molto spazio per i brani più ruvidi dei loro esordi, quelli in cui i ritmi si fanno più sostenuti e il rumore fa tremare le casse. Sotto la patina grezza è invece l’afro-pop a rappresentare la linfa vitale dei pezzi proposti, brani solari e caraibici che testimoniano la nuova direzione intrapresa dalla band, e che sono sicuramente i più riusciti del loro repertorio. Spiccano ‘Summer Lake’ e ‘Almost Island’, due autentici gioielli upbeat in cui la batteria riproduce una sezione ritmica di percussioni afro mentre basso e chitarra costruiscono intrecci melodici che puntualmente culminano in frizzanti ritornelli corali, nei quali inevitabilmente si rimane intrappolati. Insomma se proprio non si vuole parlare di originalità, si deve di certo riconoscere a questa band una freschezza dal sapore tropicale e una vivacità contagiosa: la decina di brani proposti in poco più di mezz’ora basta senza dubbio a scaldare una sala ormai affollata e pronta ad ospitare il dj set del Fish’n’Chips. Fuori dal locale sono ancora in molti assiepati all’ingresso, mentre una brezza quasi invernale scuote le foglie di una palma in prossimità del Caffè Latino. In attesa del primo full length dei Fair Ohs, ci si può per il momento accontentare di evocarne l’immaginario.

Matteo Ravenna

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