Ezra Collective @ Monk [Roma, 22/Settembre/2018]

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Gli Ezra Collective sono un quintetto londinese formato da: Dylan Jones alla tromba, James Mollison al sax tenore, Joe Armon-Jones al piano e alle tastiere, Tj Koleoso al basso elettrico e Femi Koleoso alla batteria. Il progetto fa parte della cosiddetta “London jazz-reinassance”, quella nuova ondata del jazz britannico che negli ultimi tempi ha fatto parlare molto bene di sé e non solo in patria. Sono giovani e talentuosi, contaminati e versatili, ma anche tecnicamente impeccabili e senza risultare stucchevoli. Freschi. Hanno conquistato il favore di Gilles Peterson, che ha decretato il loro “Juan pablo: The Philosopher” come miglior jazz album del 2017 per i suoi Worldwide Awards. In realtà si tratta di un mini LP quasi esclusivamente afrobeat, dove è palese l’influenza che ha esercitato Fela Kuti sulla band. Il loro EP autoprodotto nel 2016, dal titolo biblico di “Chapter 7” (così come il loro nome che omaggia il profeta Ezra), contiene sfaccettature differenti. Troviamo dal viscerale entusiasmo dell’iniziale “Enter The Jungle”, alle citazioni più scolastiche del genere, fino a digressioni ardite, come l’omaggio a Bob Marley nel reggae di “Colonial Mentality”. Nel mezzo l’amore per l’hip hop espresso nella title track con l’ospitata di TY e ricambiata da un mostro sacro come Pharoahe Monch, che li ha scelti per aprire alcune date del suo tour. In pochi anni hanno vinto diversi premi di settore e si sono esibiti nei migliori festival e nelle venue più esclusive. Hanno raccolto sempre maggiori consensi, contribuendo anche a svecchiare ulteriormente il pubblico.

In questo senso il concerto di stasera al Monk Circolo Arci non fa eccezione. La sala è gremita e i giovani presenti sono tanti. L’appeal che esercitano è soprattutto fisico e carico di groove. Alle 22:10 il bassista sale da solo sul palco. Poi alla spicciolata entrano nell’ordine: il tastierista, i fiati e per ultimo il batterista. Sono piazzati tutti sulla stessa linea fronte palco, con il bassista al centro, ma due passi indietro. La intro è d’atmosfera. Parte “The Philosopher” ed è subito pieno afrobeat. Incastri ritmici e soli di spessore incendiano l’audience. Il batterista si fa carico di presentare alcuni brani e la band. Nel primo intervento dichiarerà subito come obiettivo la speranza di generare buone vibrazioni. Ci riusciranno egregiamente. Presenteranno quattro brani nuovi. Nel primo abbiamo lo stesso mood afro del precedente, con in più un pregevole solo di batteria. Il bassista sembra accarezzare il suo cinque corde, mentre il tastierista è particolarmente espressivo sul rhodes. Il secondo è incalzante e sincopato con una bella apertura dei fiati, allo stesso tempo ariosa e incisiva, fino a compiersi in un crescendo notevole e in un suono pieno e coinvolgente. Ancora il batterista prende la parola e questa volta presenta l’omaggio a Sun Ra con “Space Is The Place”. In questa occasione è il sassofonista a introdurre il brano in solitudine, per poi venir raggiunto da un pattern incalzante della batteria e quindi da tutti gli altri. La versione che ne deriva mantiene il tema originario, seguendo uno sviluppo ritmico afro, ancor più che nella versione del disco. Da sottolineare il solo stellare del sassofonista, che suscita anche un generoso appeal verso il pubblico femminile. Il terzo inedito inizia con una vena psych derivata dal suono del synth, per poi accelerare e rallentare in salsa afro. Quindi è la volta di “Enter The Jungle”, in cui mostrano una tecnica ed un groove allucinanti, oltre alla consueta citazione di “Caravan”. Stavolta è il piano a spiccare il volo prima del ritorno puntuale del refrain dei fiati. La intro dell’ultimo inedito ha il basso in evidenza, in combutta con batteria e tastiere. Poi i fiati entrano e lo portano verso una deriva più fusion. Nel frattempo la sala è definitivamente conquistata. Molti dei presenti ballano, accompagnando con le mani a tempo, mentre i musicisti sul palco fanno di tutto per accattivarseli. Buone vibrazioni appunto. Arriva l’omaggio a Fela con una versione concisa e accelerata di “Zombie”. La chiusura del concerto con “Juan Pablo” è strepitosa. Una versione pomposa e magniloquente, che chiude settanta minuti gonfi d’energia, interplay, tecnica e gran gusto. Considerando che il più grande tra loro ha 26 anni e che dimostrano d’essere abbastanza svegli, ne sentiremo ancora parlare.

Cristiano Cervoni

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