Explosions In The Sky @ Estragon [Bologna, 26/Maggio/2008]

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Vi racconterò di quattro ragazzi texani. Il loro nome è Explosions In The Sky. Vi racconterò di una serata incantata. Dello stupore che l’uomo prova solo davanti all’immensità della natura. Vi racconterò di un’ora di estasi terrena. L’Estragon è illuminato di riflesso da un vicino quanto approssimativo luna park. Bologna è calda. Bologna è tranquilla. Il silenzioso fluire di persone fa presagire la quantità di gente che alla fine riuscirà a rendere piena la struttura destinata ad accogliere l’unica data italiana della band di Austin. L’Estragon sembra un piccolo Alcatraz milanese. Organizzazione ai massimi livelli. Ed una bottiglietta d’acqua costa meno che in Autogrill. Il pubblico è vario. Spiccano magliette degli Slint piuttosto che dei Sonic Youth. Spicca un angolo merchandise dove ci sono accatastate tonnellate di t-shirt degli EITS. Un affabile tatuato texano in canotta è l’addetto alla vendita. Non ci sono magliette per ragazze. E per i maschietti le taglie sono enormi. Prendo avidamente una S marrone. Un pochino più in là sono adagiati vinili e CD. Anche della spalla. Che per l’occasione è Matthew Cooper aka Eluvium. Musicista nato in Tennessee ma ormai di Portland a tutti gli effetti. Sono le 22:30 quando la barbetta di Cooper fa capolino dall’imponente palco. La sua postazione lo vede seduto davanti ad un Apple, con la chitarra e con una tastiera laterale. Quattro i dischi realizzati con il moniker Eluvium, l’ultimo dei quali ‘Copia’, uscito lo scorso 2007. Il compagno di etichetta degli Explosions In The Sky è autore di una musica soffocante. Atmosfera ambient iper rarefatta con inserti di piano. Gocce di elettronica si mischiano alla proposta strumesperimentale che crea attimi di attacchi d’ansia e panico. Dalle prime file sarà meglio allontanarsi. Una mezz’ora di isolazionismo noioso e senza guizzi. Una mezz’ora che fa salire l’attesa per i protagonisti.

Alle 23 in punto è il momento. Quando il locale è ormai pienissimo. Quando la gente mormora e attende rispettosa. Quando si ode il boato, nel buio, entrano i quattro cavalieri dell’apocalisse. Munaf Rayani si avvicina al microfono e in un quasi perfetto italiano saluta e ringrazia il pubblico. Solo qualche secondo racchiuso nella promessa finale del discorso: “Nella prossima ora vi regaleremo il cuore”. Dimenticate la stasi motoria del post rock. Dimenticate la parola noia. Dimenticate che là fuori c’è un mondo che cammina e fa rumore. Dimenticate tutto il resto. Come si può raccontare qualcosa che nasce in natura inenarrabile? Come si può raccontare la commozione del cuore? Questo è il report più difficile da scrivere. Perchè dovrei parlarvi degli sguardi dei presenti. Del rapimento totale. Della magia di una band mostruosa. Di corpi che danzano nell’oscurità. Di un gruppo che più di ogni altro ha saputo, in questo arido nuovo millennio, codificare l’emozione. Il sentimento. Senza il bisogno di una strumentazione ricca e numerosa. Essenziali eppur mirabolanti. Due chitarre, un basso ed una batteria. Mark Smith ha il compito di ricamare il suono dolce, Michael James è il battito pulsante, Munaf Rayani stende il tappeto di rarefazioni, Christopher Hrasky un batterista di classe sopraffina nella sua definita potenza. Cinematici. Dinamici. Inarrivabili. La posizione è in rigoroso allineamento sul palco. Coreografici nelle movenze. Rayani tiene la chitarra quasi sui piedi, shoegaze certo, piegato su se stesso si muove in una sorta di ballo sciamanico ondulatorio. James è una macchina. Bagnati di sudore. Mentre la tempesta di fragore ed estasi lascia disarmati. E poco importa che arrivi ‘Your Hand In Mine’ piuttosto che ‘First Breath After Coma’. Inginocchiati alla fine di ogni brano davanti agli effetti. La temperatura sale. Siamo consci di assistere alla prova di una formazione assoluta. Senza pause. Senza parole. L’acme viene raggiunto verso il finale. ‘Memorial’ è l’inverosimile. La coda è la rappresentazione della violenza della natura. Tutti e tre allineati a percuotere a mano chiusa gli strumenti in perfetto timing. Un rito. Spettacolari. ‘Catastrophe And The Cure’ e ancora i tuoni e le esplosioni di un cielo che ora si è fatto plumbeo, illuminato dai lampi, da squarci elettrici e aggressivi. Guardo l’orologio. Mezzanotte è arrivata da qualche minuto. I miei primi 37 anni scossi sotto palco da tanta bellezza. Stringo forte quello che di più caro ho al mondo. Un’ora che vale doppio. Un’ora che vale un’eternità. Quando la musica termina è l’apoteosi. La gente, quasi disperata, chiama a gran voce. Un istante ancora e torna sul palco Munaf Rayani. Questa volta in inglese. Ringrazia a mani giunte. Mostra la sua camicia intrisa di sudore. Sono sfiniti. Promette che torneranno. Vi racconterò di quattro ragazzi texani. Il loro nome è Explosions In The Sky. Non dimenticatelo. Mai.

Emanuele Tamagnini

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