Ex Hex @ Traffic [Roma, 27/Febbraio/2015]

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Pubblicato l’ottobre scorso da Merge Records, ‘Rips’ delle Ex Hex è stato uno dei dischi più catchy del 2014: 12 potenziali singoli di ottima realizzazione, capaci di infilarsi immediatamente nella testa dell’ascoltatore. Un ritorno all’opera repentino quello di Mary Timony, cantante/chitarrista del trio nonché figura storica della scena punk di Washington DC con Helium e Autoclave, dopo la fine dell’esperienza breve ma intensissima con le Wild Flag, progetto di livello condiviso – tra le altre – con Carrie Brownstein e Janet Weiss delle redivive Sleater-Kinney. L’attenzione dedicata da pubblico e critica all’ottimo esordio delle Ex Hex e le reunion quasi contemporanee di L7, Babes in Toyland e, appunto, Sleater-Kinney potrebbero far parlare di una ritorno di fiamma per le riot grrrls all’orizzonte. In attesa di comprendere a pieno le potenzialità del fenomeno, gustarsi dal vivo un concerto del power-trio americano può essere un’ottima risposta ai nostri speranzosi interrogativi. Giunti al Traffic sulle ultime note dei The Wer, guadagniamo con facilità una buona posizione per assistere al live. In questa nuova avventura Mary Timony è affiancata dalla batterista Laura Harris e dalla bassista e saltuariamente cantante principale Betsy Wright. Si parte con la splendida ‘Don’t Wanna Lose’, traccia d’apertura di ‘Rips’. Come prevedibile trattandosi di una band di fresca formazione, l’esordio viene riproposto nella sua interezza, eccezion fatta per la sola ‘War Paint’. La formula musicale è di immediata comprensione e sicuro impatto: batteria in 4/4, basso pulsante suonato col plettro, riff di chitarra sui quali è impossibile non ancheggiare, linee vocali semplici che si aprono in ritornelli cantabilissimi. Un power-pop che ha saputo attingere alla scuola del punk e del garage rock – mi piace immaginare la benedizione di Iggy Pop sulle tre americane – suonato con scafata irruenza e strizzando l’occhio all’ascoltatore. Non solo “one-two-three-four” e pedalare, però: su ‘Radio On’ e ‘You Fell Apart’ c’è anche spazio per code strumentali più lunghe, senza intenti strumentali onanistici ma col chiaro fine di alzare ulteriormente l’asticella del volume e del groove. Le rare imprecisioni tecniche fanno parte dello spettacolo: è un concerto rock, per preziosismi di sorta rivolgersi altrove. Una ricetta tanto semplice quanto gustosa, quella di Mary e compagne, che riesce a saziarci per l’ora scarsa di concerto, condita dall’encore finale di ‘You Can’t Put Your Arms Around A Memory’ di Johnny Thunders. Uno spettacolo rock’n’roll sincero e godibile, senza pretese se non quella di regalare lezioni di scrittura di instant-hit. È dispiaciuto constatare, piuttosto, la bassa affluenza di pubblico in un periodo nel quale – per usare un eufemismo – la situazione dei live a Roma è risultata alquanto carente.

Livio Ghilardi

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