Ex CSI @ Hiroshima Mon Amour [Torino, 22/Gennaio/2015]

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“Cià cià il concerto è finito. Questa era l’ultima canzone. Tranquilli però, non faremo la pagliacciata di entrare e poi uscire. Noi restiamo qui e vi facciamo qualche bis ok?”. Ci saluta così Giorgio Canali mentre il gruppo si prepara ai bis, e nello stesso momento dal pubblico, un idiota troppo alticcio per riflettere urla ripetutamente “CURAMI!”. Buu del pubblico, Canali lo sfancula con gesto della mano ed io, nel mio piccolo, rispondo all’alcolico disturbatore con un “Curati tu!”. Mi rendo così conto in quel momento di una stupida verità: i concerti sono fatti per il pubblico. Peccato che di solito il pubblico non se li meriti. Non mi stancherò mai di ripetere i miei comandamenti concertistici: applaudi sempre, tutti meritano un applauso. I bis non sono incentrati sui tuoi desideri, volevi sentire proprio quella e non l’hanno fatta? Cazzi tuoi! Chi ti credi di essere? Non citare provocatoriamente vecchie canzoni o ex gruppi. Canta, balla ma senza dare fastidio. Basta, chiusa polemica, torniamo a noi. Come è stato il concerto dei rinati CSI? Dovessi descriverlo lo paragonerei a una rissa da cui esci vincitore. La aspettavi da tanto e ora che è finita, ti fanno male le nocche e ti tremano le mani, ma ti senti vivo ed ebbro di adrenalina. Trovarsi in quel momento, ad ascoltare canzoni che credevo non avrei mai ascoltato dal vivo, è stata un’esperienza unica. Inoltre mi sentivo un po’ in colpa, dato che alcuni amici, molto più fanatici di me del suddetto Consorzio, avrebbero certamente dato il braccio destro per stare al mio posto. Quindi questo pezzo è dedicato anche a loro. Sono state due ore di possessione dall’inizio alla fine, dalle prime note di ‘A tratti’ fino all’inedito ‘Il Nemico’. Un muro elettrico di una potenza inaudita. Ognuno dei sei magnifici artisti che si sono esibiti merita almeno una menzione. Zamboni essenziale nella sua ruvida semplicità. Appassionato e familiare quando prende la parola o quando canta. Bellissima, ad esempio, la sua versione di ‘Del Mondo’. Un grandioso Canali con la sua Les Paul nera con la bandiera vietnamita. Un demone di roccia che sprizza energia e rabbia. A dividere queste due forze in contrasto svetta al centro del palco Angela Baraldi. Una presenza scenica unica, una voce potente, catartica. Una figura vibrante nella sua mimica da attrice e dalle movenze sciamaniche. Ha irretito col suo canto e le sue danze una sala intera. Magnifica. Dietro questi tre mostri si trovano altri tre artisti proletari. Tutti e tre un passo indietro, un po’ in ombra forse, ma sempre presenti e fondamentali. Simone Filippi alla batteria ha fatto il suo sporco lavoro, che poi è quello di metter ordine a questo meraviglioso parapiglia. E infine Magnelli alle tastiere e Maroccolo al basso. La presenza del primo si sente soprattutto nelle cavalcate psichedeliche di ‘Maciste contro Tutti’ oppure nelle poche ballate acustiche come l’immancabile ‘Annarella’. Di Marok non so dir altro che meraviglie, adoro le sue smorfie quando suona o il fatto che cade in trance quando imbraccia l’acustica. Adorabile. Tutti assieme danno vita ad una perfetta amalgama, una pozione dalle giuste dosi. Si è percepita da sotto il palco, la voglia di stare assieme e la gioia di poter suonare canzoni ancora vitali e potenti. Brani da tutti e tre gli album, più qualche sorpresa bolscevica o la cover di ‘Lieve’ dei Marlene Kuntz. Non si è trattata di una di quelle sbrodolose reunion, dove il vero obiettivo è il quattrino. Leggendo qualche recente intervista, e da quello che poi ha detto Zamboni sul palco, ho avuto la conferma che non si tratta di una “operazione nostalgia” ma di un vero ritorno. Stanno lavorando a del materiale inedito e questa è la migliore notizia che potevano darci. Come avrete intuito, ho talmente apprezzato la performance da consigliarvi di andare a vedere con i vostri occhi. Sperando che non siate tra i lagnosi romantici che rimpiangono (solo) il passato. Fosse così vi lascio ai vostri ricordi sbiaditi e alle vostre lagnanze sui treni che una volta partivano in orario.

Gerri J. Iuvara

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