EVOL/VE + Sleepy Sun @ Circolo degli Artisti [Roma, 9/Novembre/2010]

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Come ospitare nella stessa stanza una mostra dei Macchiaioli e una di, che so, Chris Cunningham. Ce n’è per tutti i gusti stasera al Circolo. In un angolo del ring, una combriccola di redivivi figli dei fiori, non a caso provenienti da San Francisco, e la loro manciata di canzoni che pescano a piene mani dal bacino psichedelico fine anni ’60. Nell’altro, uno sperimentatore folle ed eccentrico, generatore di suoni e rumori prodotti attraverso qualsiasi oggetto, spalleggiato da un rumorista-disturbatore altrettanto degno. A parte gli scherzi, una serata piuttosto stimolante. Arrivo sul posto poco prima che l’imprevedibile tempo romano riesca a rendere onore al proprio nome, a cinque minuti dall’inizio dei concerti. I primi a presentarsi sul palco sono i sessantottini succitati, gli Sleepy Sun.

Formazione abbastanza tipica e visivamente espressiva: agli angoli i due chitarristi, uno biondo, l’altro moro (quest’ultimo una via di mezzo tra Johnny Greenwood e un giovane Gilmour); bassista, che somiglia un po’ a J Mascis e cantante dinoccolato con camicia colorata al centro e batterista in fondo. Tutti giovanissimi. Sembrerebbero il frutto della brama perversa di denaro di un manager senza scrupoli, se non fosse per il non piccolo dettaglio che fanno buona musica e sanno suonare bene. Partono con ‘Open Your Eyes’, dalle sonorità a tratti quasi shoegaze, e durante il loro show optano per un giusto mix dei pezzi del precedente album e di quello appena uscito. Già il secondo brano regala la prima perla: ‘White Dove’ è un loro pezzo forte, con la sua alternanza tra psichedelia d’annata e stoner edulcorato, con il bel finale acustico a suggellarla. Poi è la volta di un brano nuovo, ‘Toys’, che sembra introdurre qualche sprazzo di novità nella loro produzione, essendo tendenzialmente più solare e pop, rispetto all’umore ombroso al quale ci hanno abituati. Come spesso succede, i primi brani sembrano patire qualche problema di bilanciamento volumi, ma pian piano la situazione si aggiusta. Via via si susseguono i pezzi: la danza macabra ‘New Age’, uno dei più moderni e ‘Red/Black’ (che non sarebbe dispiaciuta a Syd Barrett) da ‘Embrace’ e la titletrack dal nuovo ‘Fever’. Personalmente, mi aspettavo esprimessero più potenza dal vivo: i pezzi rendono bene, anche se a tratti stentano a decollare, e loro stessi sembrano un po’ bloccati. Ma le cose migliorano col passare del tempo, fino ad arrivare a un brano inedito potente e basato su una bella idea percussionistica. I brani del secondo disco non sembrano discostarsi poi molto dallo stile del primo, tanto che mi sembrano già arrivati a un bivio. Proseguire sulla stessa via, diventando sempre più perfezionisti ma rischiando l’aterosclerosi, o azzardare nuovi percorsi, diventando però più versatili. D’altro canto, in questi tempi di pochezza di idee, già trovare un gruppo revivalista di buon livello come loro è una fortuna. A un certo punto, il cantante dice all’incirca “starete pensando che siamo tipi che vanno un po’ al rallentatore. Di questi tempi, piuttosto che viaggiare alla velocità del fulmine, preferiamo decisamente essere così”. Come dargli torto?

Il personale inizia a smontare e ad armeggiare sul palco immediatamente dopo l’uscita del gruppo californiano. La mia tanto vituperata macchina fotografica avrebbe fatto parecchio comodo, in questo caso. La sola preparazione del palco per lo spettacolo successivo è già interessante di per sé: al centro viene posizionata una grossa molla, simile al filo del telefono, sospesa a non molti centimetri dal suolo e legata a un tubo dell’impalcatura del set. Alla destra del pubblico, un paio di cavalletti, e fra di essi una colonna di mattoni traforati, sorreggono un telo, una lamina presumo di alluminio. Appena dietro, un portatile e, sulla sinistra del palco, effetti e congegni vari. Sullo sfondo, uno schermo e gli amplificatori, i cui fili sono collegati alla molla, alla lamina e a tutto il resto. Bene, la curiosità monta. Giunta l’ora, nessuna entrata trionfale: i due erano già sul palco, intenti a sistemare l’armamentario. Einheit sembra una via di mezzo tra Paolo Villaggio e Vigo, il fantasma del secondo Ghostbusters, con i capelli scomposti e spettinati. Lo spigoloso Pupillo l’affianca, con l’atteggiamento dell’allievo che cerca di seguire il maestro al meglio, concentrato. Fatta partire la prima base sul laptop, FM prende una mazzetta e inizia a percuotere, con tocchi lievi, forti, sporadici, ripetuti, la grossa molla, mentre il bassista cerca di dominare un pedale sormontato da un’antenna che emette la stessa luce dell’e-bow (scusate l’ignoranza, ma già capire esattamente la natura degli oggetti e da dove provenissero alcuni suoni era lavoro arduo). Il tedesco fa la spola tra la molla, spesso e volentieri tormentata con un trapano, e la lamina di metallo, mentre sullo sfondo si delineano immagini in negativo di occhi, bocche, denti e volti.

Uno spettacolo nello spettacolo è osservare le espressioni dei due musicisti: Einheit a tratti sembra godere delle mazzate che dà sulla lamina; altre volte pare soffrirne, come fossero gli oggetti a percuotere lui e non viceversa; altre volte ancora si muove al tempo di un ritmo che sta seguendo per conto suo, nella sua testa. Massimo Pupillo appare ora concentrato, ora intento a decifrare la natura della performance che sta mettendo su insieme all’ex Einsturzende Neubauten: al compagno di palco rivolge, a seconda del momento, sguardi d’incomprensione, d’introspezione, d’intesa. Nel frattempo, i fotogrammi sullo sfondo cambiano: si notano vedute aeree di città, ombre minacciose di uomini incappucciati, occhi enormi celati dietro finestre. Appena sotto lo schermo, imperversano pace e guerra: movimenti e tumulti appena accennati si alternano a sfuriate di rumore e turbolenze. Einheit sbatte traforati sul tavolo e li frantuma a martellate senza pietà: mille pezzi che si spargono ovunque, ciascuno con il suo carico impercettibile o fragoroso di decibel. In un secondo momento, vi rovescia anche un secchio di ghiaia, facendosi passare tra la mani, con sguardo voluttuoso, i frammenti e le pietruzze. Dall’altra parte, l’opera di Pupillo può apparire quasi secondaria rispetto a quella del tedesco, ma è soltanto meno appariscente: il bassista assicura un sottofondo denso e magmatico alle sferzate puntuali di Einheit, mantenendo la coesione di un insieme, di per sé, difficilmente gestibile. Il basso viene ora trapanato, ora debolmente palpeggiato, ora sfiorato, ora trascinato come una scopa lungo il pavimento. Sembra che i due si dividano i ruoli anche da un punto di vista di origine dei suoni: Einheit si fa portavoce dei suoni della materia inorganica, sordi, attutiti, asettici. Il basso e gli effetti di Pupillo sembrano imitare il guaito di un cane, il ruggito di una tigre, il frastuono spaventoso di un tirannosauro. I “brani” trovano nelle piste elettroniche preregistrate un punto di riferimento, che ne garantisce la divisione e li rendono quindi più umani, in un certo senso. I due mettono in scena un totale di circa sette, otto tracce, mentre il pubblico, poco ma attento, applaude convinto. Questa descrizione non può che essere sommaria, data la natura dell’esibizione, che può avere senso solo assistendovi. A parte un primo atteggiamento di diffidenza e scetticismo iniziali, la performance mi ha mano a mano convinto e coinvolto, portandomi a fare una cosa che non si fa troppo spesso durante le esibizioni: riflettere. Riflettere sulla natura di questa rappresentazione e sulla maniera con la quale viene definita e accolta. Una gran bell’esperienza: mannaggia a me e a quando ho lasciato la maledetta macchina fotografica a casa.

Eugenio Zazzara

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