Evan Parker Trio @ La Palma [Roma, 7/Giugno/2007]

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Evan Parker appartiene sicuramente al gotha dell’avanguardia jazz free europea e da più di un quarantennio la sua carriera di sassofonista/compositore è volta alla totale ricerca e sperimentazione sonora. Aver partecipato ad un disco come “Machine Gun” di Peter Brotzmann (1969) definì la sua posizione di grande improvvisatore free, anche se già la militanza nella Spontaneus Music Ensemble aveva dato i suoi frutti; dal ’92, oltre alla ultraprolifica produzione, Parker ha creato la Electro-Acoustic Ensemble, con quattro dischi editi per ECM, con i quali ha portato l’improvvisazione ad un nuovo livello, grazie alla rielaborazione elettronica in tempo reale di suoni acustici.

Anche oggi dunque vado sul sicuro e carico di aspettative mi dirigo alla ormai storica Palma del Jazz… purtroppo però la serata riserverà alcune delusioni. La formazione è quella dello storico trio di Parker, con Barry Guy al contrabbasso e Paul Lytton alla batteria. Quando si inizia è subito delirio, si parte con un free jazz velocissimo, privo totalmente di ogni riferimento armonico, una musica fisica fatta di pura potenza. Dal sax tenore di Parker escono fraseggi a seimila (purtroppo ostentati per tutta l’esibizione) con un suono di una dinamica inaudita, Lytton alla batteria fa il suo mestiere e crea quel tappeto di ritmiche incastrate ed ultraveloci tipiche del genere, Barry Guy (vera star della serata) crea con il basso dei suoni allucinanti, vederlo suonare è già uno spettacolo di per se, i movimenti isterici e la sua tecnica tutt’altro che convenzionale mi porteranno in effetti a seguire quasi solo lui durante tutta la serata. L’esibizione del trio è ben definita, i movimenti ben delineati e suddivisi in free jazz ipersonico/rumorismo/solo, ripetuti per tutta la durata; solo alla fine viene invitato un pianista, mi perdonerà ma dalla pronuncia di Parker non si capisce il cognome ma solo il nome, Antonio, che porterà anche un po’ di melodia (necessaria?). Sicuramente i momenti più interessanti sono stati quelli di solo, e sebbene quelli di Parker siano stati intriganti, ricchi di suoni particolari e tecniche inusuali, alla lunga ha stancato, forse e soprattutto per l’estrema freddezza e staticità. Il perfetto contrario di Guy che invece ipnotizza suonando il contrabbasso con estrema originalità, usando bacchette, archetto e un pedale per il volume per creare dissolvenze… un vero genio e sicuramente salvatore di una serata altrimenti piatta. Non viene concesso neanche il bis e torno a casa con un po’ di amarezza, ma sono certo che la prossima volta che andrò a vedere Evan Parker sarà diverso, lo spero soprattutto perché non stiamo parlando di uno qualunque ma di un pilastro della musica contemporanea.

Gabriele Mengoli

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