Eugene McGuinness & The Lizards @ Circolo degli Artisti [Roma, 18/Giugno/2009]

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Quando incrociamo Eugene nel patio del Circolo degli Artisti, non prendiamo neanche in considerazione che possa effettivamente essere lui. Non per questioni di divismo malcelato, ma perché Eugene è esattamente identico a tuttl gli altri post ventenni che si aggirano con fare sicuro, strafottente e un po’ sofisticato a sorseggiare una birra nella precoce afa romana. E invece alla fine, a scrutarlo lì sul palco, è evidente che trattavasi proprio di lui, una delle più recenti scoperte della Domino Records che, dopo il fenomeno anche noto come Franz Ferdinand, con il rock di “un certo tipo” deve effettivamente averci preso gusto.
Dicevamo. Eugene e la sua prevedibilità anagrafica. Il ragazzo ha appena 23 anni eppure, a differenza di tanti coetanei (compresi i disordinati membri delle  – ben due! – band spalla che lo anticipano – The Grannies e The Jacqueries) lui a 23 anni è il main act della serata.

Sale sul palco poco prima di mezzanotte con poco pubblico davanti. In realtà, la scarsa affluenza è solo una spiacevole – e temporanea – conseguenza delle contigenze atmosferiche. Fa incredibilmente caldo all’interno del locale e, prevedibilmente, i romani entrano alla spicciolata per quello che si preannuncia come una delle ultime occasioni concertistiche di presenzialismo prima dei grandi eventi outdoor dell’estate. Eugene e la sua combriccola cominciano decisi, accompagnando con sicure staffilettate di chitarra l’ingresso del pubblico. Oltre al caldo, l’esibizione è “contenuta” da una certa timidezza (anche questa figlia dell’età) del ragazzo e da un’indecisione stilistica che non t’aspetteresti da un talento tanto sfacciatamente precoce. Su disco, infatti, Eugene sembra una versione meno ambiziosa, ma non per questo meno interessante, di Patrick Wolf: il suo EP – e soprattutto il suo omonimo full length d’esordio – sono un piacevolissimo incontro tra l’eredità di Liverpool (dove il ragazzo ha studiato), la commistione di generi dei sobborghi londinesi (dove Eugene è nato) e il tradizionalismo irlandese delle origini. Eppure dal vivo, la ricchezza delle composizioni sbiadisce – scolorita forse dal sudore – lasciando spazio ad una versione più tirata, ma anche più acerba e scontata, degli Arctic Monkeys.

Gradevolissimo in ogni caso il picco inatteso di ‘Fonz’, messa lì in scaletta “appena” come quarto brano, così come ‘Monsters Under The Bed’, recuperata con grande abilità dall’EP di esordio. L’originalità compositiva e interpretativa emergono solo a tratti, come nella bellissima ‘Wendy Wonders’, unico brano in cui Eugene preferisce sostituire alla timidezza uno slancio da crooner d’altri tempi, rinunciando persino a nascondersi dietro la chitarra impugnata ben sopra il bacino. Peccato per l’assenza di pezzi di grande fascino – seppure di forte differenza stilistica – come ‘Those Old Black And White Movies Were True’ oppure ‘A Child Lost In Tesco’. L’arrivederci arriva troppo brusco –  neanche dopo 40 minuti di concerto –  ma accompagnato dalla certezza di rivederci presto con Eugene McGuinness, magari con qualche candelina spenta in più. E anche con un po’ più di voglia d’osare.

Chiara Fracassi

11 COMMENTS

  1. Il collaboratore si prende le proprie responsabilità, ed è libero di scrivere o non scrivere ciò che ritiene opportuno, rimanendo il “titolare” del proprio articolo. Grazie a voi.

  2. ah si? il “collaboratore”? ma non è un giornalista underground? oh strano…dico se a uno non va di andare a una serata e vedere delle band che suonano…eh se ne stesse a casetta quella sera. Perchè la cronaca che si da di una serata è monca se si crossano due band per recensirne una. Ma è un difetto che rivengo spesso nelle vostre recensioni . MOLTO ITALIANO (sembra una citazione…chi vuol capire intenda).
    ah…Chiara…i the Jacqueries avevano un’età oscillante fra i 18 e i 21…quindi erano anche più pupi del povero Eugene. Povero davvero…per fargli pubblicità gli urlano a grande voce dietro il nome della sua etichetta, come fosse più cool di lui.Povero.
    Vabbè signori voi dovreste creare casi nella scena italiana, voi che avete la cronaca in mano.
    se snobbate, crossate, vi pesa di andare ai concerti la musica italiana la ammazzate come tutto il resto del penoso sistema italico, club e locali compresi.
    Detto ciò fate quello che vi pare.
    Emanuele ma non si possono difendere da soli i tuoi puppilli collaboratori? Noto una bizzarria. Sono liberi di scrivere quel che vogliono e per carità.. e di rimanere titolari del loro pezzo…e allora perchè rispondi tu? perchè ne sei in qualche modo responsabile? ! spiegamela sta cosa…da responsabile allora mi sincererei che quel che fanno le persone con cui lavoro sia cosa esauriente e adeguata. Non può passare qualsiasi cosa. No.
    Chiara…dico a te! non a Emanuele…leggi sui Grannies quello che scrisse il tuo collega Dante Natale, tempo fa. Quanto meno non aveva fretta quella sera e non era manco annoiato di stare a un conecerto.
    poi che vuol dire “disordinate” le band d’apertura? cioè…vestite male? non assortite? fatti capire …
    ecco. Ciao a tutti …collaboratori e Emanuele!

  3. Collaboratore rimane sempre. Che sia giornalista o meno. Rispondo in parte io perchè evidentemente Chiara ancora non ha letto il post, mi sembra logico. Rispondo io perchè DOVE STA SCRITTO che si debba reportare sempre, comunque, tutte le band a supporto? E’ una regola? Non credo tu possa parlare di difetto nelle nostre recensioni, soprattutto su una cifra di concerti recensiti che ormai viaggia verso i 900 in meno di sei anni. Noi non abbiamo la “cronaca” in mano, cerchiamo solo di dare spazio più possibile all’underground, e se per una volta la “tua” band non ha trovato spazio – cosa che invece è successa il 24 aprile scorso come ricordavi – non puoi certo accusarci di far parte del “solito” sistema penoso italiano, dal quale NOI con orgoglio ci teniamo a prendere le distanze. Beata gioventù.
    Per il resto spero risponda Chiara, che è grande, grossa e vaccinata.
    A presto

  4. lo spero bene che chiara risponda! ci mancherebbe…forse quello che di diverso abbiamo a questo punto è il concetto di underground e quando dico che avete “la cronaca in mano” intendo dire che siete voi a scrivere e in questo caso cronaca la fate voi. Tutto qua. Le band italiane Emanuele non trovano quasi mai spazio se sono emergenti. lascia stare. E non parlo solo per i Grannies, parlo per tutti quei disgraziati (tanti tantissimi) che non hanno etichetta, che non vengono pagati mai quando suonano, che vengono infilati dai locali in serate a mazzi da tre, quattro, come fossero mondezza di cui non importa a nessuno.
    Eugene non è underground manco un pochetto. Uno che sta con la Domino Rercords non è underground…è una roba che vive alla luce del sole e ha gente che lavora per lui, che booka date per lui, che parla con la stampa, che gli organizza interviste e servizi fotografici.
    Secondo me la finalità di scrivere per gli altri è principalmente informare. Se una cosa non la si racconta tutta o almeno nella sua parte maggiore la finalità si è persa. La penso così. Non sarà una regola, non sarà una legge e nemmeno un’assioma ma che vuoi farci è la mia idea di un buon articolo.
    Poi se chiara non ha ancora letto…eh lascia che legga e risponda anche fra tre giorni…mica ho fretta!

  5. Hai ragione. Per carità ma si può discutere, chiedere confronti e chiarimenti, anche senza usare la veemenza con la quale hai esordito. L’unica cosa che ribadisco è che lo spazio all’underground è la nostra priorità da sempre, dalla nascita, la nostra storia parla chiaro. I numeri parlano, non solo quelli dei live ma anche quelli delle recensioni dei dischi. Diamo spazio a tutti. Ma se un collaboratore, per le sue ragioni più varie e disparate, una volta non fa la cronaca di una band di supporto, non posso certo metterlo in croce e toglierli il saluto. Ci sono cose ben più gravi che ledono l’etica giornalistica… ma il discorso sarebbe lunghissimo.
    Bye

  6. che concetto avresti di diverso da noi? Qui il concetto è: recensire recensire recesnire. Male o bene. Ogni tanto capita che una band ci faccia talmente Qchifo che evitiamo di parlarne. A me è capitato un sacco di volte. E se quella band ha valore se ne frega della mia non recensione.
    Se guardi le recensioni, sia di cd che di live, di spazio per l’underground ce n’è a dismisura. Specialmente nello spazio dischi..nell’ 80% dei casi sono tutte auto produzioni. E il resto etichette indie italiane. Più spazio di così…

  7. o mamma. come direbbe shakespeare: molto rumore per nulla.
    non c’era un intento dispregiativo nel non recensire le due band di supporto, ma solo l’impossibilità di farlo, per questioni di tempo e presenza.
    non discuterei la linea editoriale di NA, anzi. una delle caratteristiche piu’ apprezzabili è proprio la seria dedizione alle realtà “veramente” emergenti (basta darsi uno sguardo alle recesioni e ai live report).
    detto ciò, vi auguro sinceramente tra 2 anni di essere voi il main act di una serata in qualche club “veramente underground” di parigi o berlino.

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