Essie Jain @ Init [Roma, 24/Febbraio/2009]

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Martedì grasso, fritto in olio stantio e in più, il rammarico di non aver messo sotto nessun clown durante la mia corsa, pesa come un macigno. Ma per fortuna all’Init, per la data romana di Essie Jain, inglese trapiantata a New York e per la prima volta in Italia, riconquisterò un subitaneo senso di leggerezza e tepore. Non c’è nessuno ad aprire per ella, pochi astanti fra cui due giullari e uno gnomo con la barba bianca, due conversatori da carbonizzare con lanciafiamme, e un plotone d’esecuzione composto da cinque fotografi armati. Poi essenziale, radiosa e perduta nella naïveté di quell’enorme fiore rosso trattenuto dai suoi fluenti capelli biondi si siede e dà inizio alla performance. Con lei solo un musicista che oltre alla chitarra acustica, solleciterà una tromba. Apre con ‘Glory’, brano dal retrogusto antichizzato, disadorno ma che si lascia sentire, segue poi, slittando sul piano, ‘Haze’ e qui, porta il mio orecchio ad uno stato di maggiore attenzione. Sono cumuli rossi, di calore e soffusione, all’incursione pacata della tromba il brano acquista una dinamica di gran vigore e luce. Chiaramente molti i nomi dell’inflazionato territorio folk femminile attuale e passato a venirmi in mente. Nascono come funghi queste ancelle di prateria e i rischi cui si espongono son fin troppi. Quando il genere si presenta così, scondito, smunto, raffinato o si rischia assai fortemente di proporsi com un fac-simile di un simile oppure, se si dispone di grandi capacità e una voce coprente, nel senso capace di tamponare buchi vuoti con l’ausilio di un suono e di una dinamica melodica interessante, è possibile spiccare fra le tante. E’ questo il caso di Essie Jain che, tra un’occhiata all’orologio e una alla Moleskine nera per ricordarsi la sequenza dei brani, arriva a catturare le attenzioni in una mattanza emotiva con i brani ‘Talking’, ‘Stop’, ricontrolla l’ora e poi ancora ‘Do It’, deliziosa e lirica, un minuto dittico orchestrale di estrema godibilità. Va via gentile Essie Jain ma viene richiamata a gran voce, guarda l’ora, canta un altro brano. Va via di nuovo ma si chiede ancora un altro piccolo frammento di quell’iride lunare, di quell’atmosfera tiepida. E allora rientra, quasi imbarazzata. L’ultimo brano al piano ha quel sapore di un’american polka e di vecchi film in cui si suona a turno davanti a tutta la famiglia per il giorno del ringraziamento. Esauriente nella sua essenzialità e decisamente convincente.

Marianna Notarangelo

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