Erykah Badu @ Auditorium [Roma, 6/Luglio/2008]

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A “noi” giornalisti danno la scaletta prima: il primo pezzo è ‘Amerykan Promise’. Dacchè la band inizierà a suonare passerà mezz’ora buona (qualcuno perde le speranze, getta la spugna e se ne va), mezz’ora prima che arrivi Erykah Badu, la quale entra “funkeggiando” vistosamente con i fianchi di rosso fasciata, con un copricapo oblungo caratterizzato dal tipico slancio ascensionale verso il cielo. Lei, creatura a più strati e a più dimensioni, ha sempre un occhio di riguardo verso le forze che le si muovono intorno: il momento più alto sarà quello in cui lei, sciamana metropolitana, tamburo su un fianco, occhio sgranato, band praticamente a riposo, il battere di un bastone di legno che rimanda a reminiscenze di pratiche magiche e a recrudescenze di legami africani, dialoga con gli spiriti privati comprandoli con nenie spietate ed urli inaspettati. ”Wait…” dice a noi per mezz’ora, “wait…” un momento si e l’altro pure, alla band, “wait…” canta in ‘Want You’, ossia il trionfo del soul e gloria a Marvin Gaye, …wait… perché si sa che i flussi naturali appartengono all’acqua e agli elementi naturali e dunque non sono più di tanto contenibili ed hanno i loro tempi, se ne può solo prendere atto e sarebbe stupido ed impossibile non farlo. “I’m genuine…” dice, dando il meglio proprio quando esce dallo schema regolare delle canzoni cantate seguendo un filo personale interiore (anche se spesso vi riesce solo lei). Le canzoni vengono interrotte e riprese, si accavallano, cominciano e poi vengono abbandonate, spesso sono lanciate con un click del suo portatile mentre tra un sorso e l’altro di una bevanda x (Che sarà? Tè verde? Mentuccia? Kefir?), offre simbolicamente da bere al pubblico e al vortex creato prima di donarsi ad un rito di scambio incondizionato. Concerto che infatti finisce in dissolvenza e dispersione: lei ancora in mezzo alla gente e la band che inizia a smontare ed a portare via gli strumenti.

Valeria Rossi

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