Ennio Morricone @ Piazzale Fellini [Rimini, 25/Agosto/2012]

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“La prossima volta andiamo a sentire Casadei” dice una signora nella fila davanti. L’amica seduta accanto per tutto il concerto le scatta foto col cellulare, poi pubblica su Facebook commentando a bassa – ma altissima, di fatto – voce. Alcuni astanti sonnecchiano già al terzo, quarto pezzo. Altri, nella sezione stampa e con al collo il relativo pass, sembrano tutti tranne che giornalisti. Un bimbo di 12 anni, certamente corrispondente del “Corriere Dei Piccoli”. Una coppia di signori simil Briatore e Santanchè, penne addomesticate per “Gente Di Un Certo Livello”. Sempre e comunque smarphones in azione, vecchi e giovani rincoglioniti dalla tecnologia nazipopbolscevica di questi tempi fatti di scatti sfocati, flash invadenti e brandelli di video tremolanti che nessuno o quasi rivedrà più. Io tifo invece per quelli senza il biglietto da cento euro cento accampati fuori dai cancelli, come fossero allo stadio. Esulto pure quando tirano giù il telone guadagnando così non solo l’audio, ma anche il video della serata. Carabinieri e security guardano dall’altra parte. Grande simpatia anche per i clienti del Grand Hotel sui balconi delle suites, che scroccano il concerto esattamente come il popolino dirimpettaio a loro idealmente gemellato. Almeno questa sera. Ennio Morricone sul palco. Claudia Cardinale in prima fila. La Roma Sinfonietta. Il soprano Susanna Rigacci. Un coro meticcio composto da tre differenti scuderie locali. Il nome dello spettacolo, “La bellezza ci salverà”, ispirato da Dostoevskij prima e Tonino Guerra poi, un’altro che col cinema da Champions League qualcosina c’entra. E una cornice piuttosto suggestiva e surreale, sul lungomare di Rimini. Uno scenario – perdonatemi ma lo devo dire, stavolta devo – davvero onirico e Felliniano. Ennio Morricone – classe 1928 e aspetto da ciabattino di quartiere d’altri tempi – snocciola una dopo l’altra tutte le note della colonna sonora di molti, e di molte generazioni. Si comincia con il bianco e nero degli scudi Titanus. “Ostinato ricercare per un immagine” da L’ultimo Gattopardo: ritratto di Goffredo Lombardo, regia di Giuseppe Tornatore. Poi giù subito l’artiglieria pesante, con ben tre pezzi da “C’era una volta in America” di Sergio Leone. Commozione pura amici. Noodles che spia Deborah mentre Danza. Patsy sulle scale di Peggy, mentre mangia la panna del dolce. “La leggenda del pianista sull’oceano” ancora di Tornatore. Mosè, lo sceneggiato su Marco Polo. Ricordi televisivi da Twin Peaks 50 minuti a settimana e Coppa Uefa con Rummenigge di mercoledì sera. E poi, proiettile dopo proiettile, torna Leone. “Il buono, il brutto, il cattivo”. “C’era una volta il west”. “Giù la testa”. Dopo “L’estasi dell’oro” non arrivano i Metallica ma Susanna Rigacci, di rosso vestita, spadroneggia. Fine prima parte. I rumorosi Briatori con calice di vino in mano rispuntano come funghi tra le file di poltroncine. Ancora per poco. Seconda parte più debole con alcune scelte secondarie, eccezion fatta per la suite da “Gli Intoccabili” di Brian De Palma e la “Stairway to Heaven” del nostro, “Mission” di Roland Joffè. Bis, nel vero senso della parola, che va sul sicuro e ritorno in scena della Rigacci col suo Winchester. Fine. Una serata quasi da incorniciare, Ennio. Totale rispetto, e sincero. Anche se non mi hai fatto nulla da “Indagine” di Elio Petri. Maledizione.

Giuseppe Righini

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