EMA @ Circolo degli Artisti [Roma, 12/Novembre/2011]

889

Se hai la sfortuna di nascere e crescere in un buco di culo chiamato South Dakota è normale rifugiarsi il prima possibile, anima e corpo, magari a dodici anni, sotto la “protezione” della musica ribelle partorita dal rozzo movimento punkoide delle riot grrrl. Ecco perchè la spilungona di 1 mentro e 80 Erika M. Anderson vi confesserà candidamente che in quel periodo di cambia(masturba)menti le sue compagnie preferite campeggiavano sulle copertine delle Babes In Toyland (Kat Bjelland si può considerare la sua più grande ispirazione), Bikini Kill e Hole (Courtney Love si può considerare la sua seconda più grande ispirazione). Jukebox, autoradio e tanta voglia di guardare oltre, sorvolando idealmente le terre dei Sioux e gli occhi dei Coyote, paesaggi desolati e al contempo incantati che Erika lascerà appena raggiunta la maggiore età alla volta di Los Angeles. Dapprima eccola far capolino alla corte di Henry “Bastard” Barnes per una proficua collaborazione al progetto Amps For Christ, successivamente l’approdo ai Gowns di Ezra Buchla, figlio d’arte, già fondatore dei fantastici The Mae Shi che saluta nel 2006 portandosi dietro il batterista Corey Fogel (loro invece continueranno fino al 2010). Un sodalizio artistico lungo cinque anni quello tra Erika ed Ezra (i Gowns cessano di vivere lo scorso anno più o meno), testimoniato al meglio da un EP, un unico album (lo splendido ‘Red State’) e una release via Southern Records chiamata ‘Latitude Sessions’ (cercate anche il DVD ‘Live At The Smell’). Un’esperienza passionale che EMA ricorda con accorata sincerità: “We were so anti-success. I don’t know what was wrong with us! We didn’t do anything. We had no one looking after our press, no booking agent; we never made very big plans for the future”. Un’esperienza che con estrema nostalgia rimembro anche io, essendo stato presente a quella fredda sera di quattro anni fa quando a supporto della Bozulich i Gowns fecero tappa a Roma (leggi).

Quei tempi DIY sembrano lontani decenni luce, oggi EMA (acronimo che sottolineamo rappresentare le iniziali del suo nome) è infatti una splendida valchiria che con il debutto ‘Past Life Martyred Saints’, pubblicato dalla coraggiosa Souterrain Transmissions (la stessa calda casa della sopravvalutatissima Zola Jesus e del fantastico Moon Duo), ha decisamente calpestato i confini tra vita (artistica) sotterranea e vita (artistica) terrena. Freddo pungente, gente latente, caffettino bollente. Si rinnova così la joint venture esplorativa assieme al fido Aguirre che una volta nel club si trasfigurerà in un concorrente modello di quella che potremmo definire la Sarabanda indie-noise, gioco a due che inauguriamo ogni qual volta sentiamo puzzo di cover (leggi più avanti). Alle 23 puntuali un nerdissimo suonatore di viola elettrica + synth, una bassista-chitarrista andina ed una batterista occhialuta-minuta anticipano sul palco l’entrata delle guance paffute di Erika che con un giacchettino luccicante, a coprire una indie-shirt sulla quale campeggia la scritta “CHANCEUS”, inizia la personale liturgia imbracciando l’amatissima chitarra. In sequenza arriveranno ovviamente i brani dell’album: da ‘Marked’ a ‘Grey Ship’, da ‘Milkman’ (guarda video) a ‘Butterfly Knife’ mentre lentamente Erika prende possesso e confidenza con il palco, con il pubblico e con i suoi musicisti.

Una volta tolto il giacchino ingombrante EMA diventa signora del palco, con le movenze sensuali fin dove il suo corpo le consente di “arrivare”, rotea il microfono, indica, gesticola, sorride, toccando l’apice nella cover dei Violent Femmes ‘Add It Up’ (riconosciuta dopo 2 note di intro dall’Aguirre di cui sopra), che mantiene le caratteristiche rutilanti e trascinanti dell’originale (guarda video). Il ghiaccio è sciolto e il noise che vivifica il sangue, le saturazioni reiterate che riportano alla mente la vita nei Gowns, i brevi momenti spoken, i sospiri e la rabbia alternative (emerge delineato il già analizzato background adolescenziale) e quell’appeal da silfide attraente (seppur bellissima non sia), costruiscono un set intenso e di estrema efficacia, potente al punto giusto, di coinvolgimento quando sola con la chitarra prestata dall’andina (nel frattempo ritiratasi per rimettere in sesto una corda saltata dallo strumento della sua datrice di lavoro) confeziona un paio di eccelsi momenti (da sottolineare ‘Take One Two’) rovinati dal solito becero, cafone, ignorante, maledetto vociare senza ritegno (e ripeto SENZA RITEGNO) da parte dell’ormai sempre presente pubblico delle ultime e penultime file. Le mie bestemmie contro questa pratica tutta italiana-romana non hanno effetto, per fortuna il volume di EMA e compagni torna ad essere ad alto voltaggio per un finale (con un bis) che viene destinato anche alla splendida ‘California’ (guarda video). Il ricordo della “scorsa volta” con i Gowns, due gestacci pelvici destinati alle “dimissioni”, tanti ringraziamenti e tanti deliziosi sorrisi, EMA non si perde in stupidi proclami, chiudendo la sua avventura romana con una piccola grande ovazione da parte del pubblico (quello vero) invitandoci ad andare al banchetto per destinazione. In un attimo tutti e quattro i protagonisti sono dietro al piccolo tavolo, germogliano in un baleno 7″, CD, vinili e magliette, EMA si arma di pennarellone nero e comincia ad autografare la sua musica, concedendosi carinamente alle foto-fan-come quando eravamo piccoli. Aguirre scatta. Soddisfatti e gaudenti torniamo a casa rimirando i nostri trofei mentre veloci trenta minuti hanno già superato la mezzanotte.

EMAnuele Tamagnini

5 COMMENTS

  1. il sabato al Circolo è impossibile assistere ai concerti, pubblico presenzialista di una maleducazione immonda, pronti a sculettare col diggeiset. Ma non pare essere prerogativa romana, ho sentito che a Milano la gente non l’abbia cagata di striscio preferendo panini al salame e vino. Alla fine gli artisti sono quasi sempre contenti della reazione del pubblico romano (quelli che si fanno i beati cazzi loro durante Take one two chitarra e voce manco li catalogo “pubblico”, semplicemente: testedecazzo).
    Lei bravissima, per quanto il disco m’avesse già folgorato si è rivelata ancora meglio delle aspettative. Con una batterista sarebbe ancora meglio (ma dai credit sul disco presumo essere sua parente, quindi ci teniamo la tamburina fuori tempo :D)
    Ora vediamo chi vince tra lei e Zola Jesus (nota polemica: a me i Moon Duo dal vivo hanno deluso un sacco, invertirei i giudizi fino al 8 dicembre 🙂

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here