Elton John @ Terme di Caracalla [Roma, 12/Luglio/2015]

962

Sono passati dieci anni, l’ultima volta era stato a Reggio Calabria in compagnia del solo fidato amico in legno e avorio.
 Oggi, supportato dalla sua band, il principino della melodia radio-friendly si ripresenta in Italia, a Roma.
 L’affascinante location delle Terme Di Caracalla è seconda solo al live di Roger Waters, la brillante acustica permette di non farsi venire un’ernia cervicale mentre ci si gira nervosamente alla ricerca del fonico verso cui lanciare nuove imprecazioni, pronte a balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
 Ebbene sì, in controtendenza rispetto alla media della capitale, il tanto atteso concerto di Elton John si è sentito molto bene. Facile direte voi, non è di certo Stephen O’Malley dei Sunn O))) (la O è muta). Anche se sono in sei non c’è l’ombra della benché minima distorsione o feedback da gestire. Un lavoro facile dunque quello dei fonici. Può darsi, ma ciò che conta è il risultato, andato ben oltre le aspettative.

Il pubblico delle grandi occasioni, soprattutto quello imbellettato in giacca e abbondantemente sopra gli ‘anta, ha pagato fino a 300 euro per stare seduto dietro a noi. Entrati in ritardo, e scampando all’isteria collettiva dopo l’arrivo di questo claudicante piccolo settantenne, ce lo siamo ritrovati a meno di dieci metri, pagando un prezzo 4 volte inferiore. Equilibri karmici o semplicemente “na botta de culo” come direbbero qui a Roma.

 Il concerto inizia in orario, 21.03, sulle note di ‘The Bitch Is Back’ proseguendo con ‘Bennie And The Jets’. 
A parte l’abbigliamento Elton è in forma. La voce regge a modo suo nonostante l’operazione subita alle corde vocali che ne ha modificato il registro da tenore a baritono, eliminando il suo storico falsetto. Quindi, anche se un semitono più basso, sfruttando l’esperienza e con qualche rallentamento per garantire la tenuta vista l’età, l’occhialuto compositore se la cava egregiamente. Nonostante il dolore alla gamba Elton si alza in piedi, non senza difficoltà, in ogni brano per ringraziare gli astanti che gli tripudiano lunghi applausi e danze sfrenate.
I suoi fidati condottieri portano avanti una battaglia di due ore intense in cui scorrono vecchie glorie e cose più recenti. Si va dall’ormai inflazionata ‘Candle In The Wind’ (operazione remunerativa di dubbio gusto dedicata dapprima a Marylin Monroe e poi a Lady Diana) passando per ‘Levon’ fino alla sognante ‘Daniel’.
 Non manca la storica ‘Goodbye Yellow Brick Road’ introdotta dalla gentile, ma assertiva, richiesta di Elton che vieta al pubblico di cantarla.
 Per non rattristare troppo la serata la scaletta propone una frizzante versione di ‘Rocket Man’, anticipata dall’immancabile (as)solo al pianoforte, più asciutto e meno barocco rispetto al passato.
 ‘The One’ segna l’highlight assoluto di questa performance, un brano molto suggestivo e una delle più belle perle dell’Elton anni ’90. Epurata dall’orchestrazione e dagli arrangiamenti, ed eseguita al solo piano, ciò che ne emerge è la struttura nuda, una diapositiva della sua essenza nella forma più affascinante. 
Intanto il vincitore del premio “Genio della serata” è un ragazzo che riprende tutto il brano con lo smartphone, dondolando ininterrottamente da destra a sinistra mentre lo zoom, già al massimo della capacità, fa traballare l’intera ripresa dall’alto verso il basso. Roba da ictus su due emisferi. I nostri più sinceri complimenti, il tuo sarà sicuramente il prossimo video che commuoverà il web.
 La pratica ‘Your Song’ viene sbrigata a metà set, quasi a ridimensionarne il mito. Elton ne sminuisce l’importanza lanciandola senza nessuna particolare presentazione o escamotage per aumentare il pathos. Il tripudio di applausi è prevedibile invece, proprio come la serie di nuovi cineasti de noantri che già sulle prime note s’affannano nella ricerca della ripresa più bella da postare su FB ovviamente.
 Per fortuna a rianimare il tutto ci pensano ‘Sad Song (Say So Much)’ e ‘I’m Still Standing’ alternate da ‘Sorry Seems To Be The Hardest Word’ e ‘Don’t Let The Sun Go Down On Me’. 
Poco prima del finto congedo, Elton presenta i suoi compagni di viaggio partendo dal chitarrista Davey Johnstone con occhiali da sole, tre Gibson e una Fender. Secondo, ma solo perché nelle retrovie, è il fedele scudiero ritmico Nigel Olson. Più che un batterista sembra un ingegnere della Silicon Valley: cravatta, guanti bianchi e cuffie giganti. Il secondo propulsore della sezione ritmica, impegnato anche ai cori, è Matt Bissonette al basso.
 A chiudere il cerchio ci sono John Mahon alle percussioni e Kim Bullard alle testiere. Al rientro sul palco l’ex pinball wizard si dirige direttamente al centro della pedana lanciando una maglietta gialla nel sotto palco. Poi riprende la sua postazione per i due encore conclusivi, ‘Saturday Night’s Alright For Fighting’ e ‘Crocodile Rock’. Ballano tutti, la sicurezza fa un blando tentativo di placcaggio ma demorde velocemente. Nessun molesto all’orizzonte, solo sorrisi, mani spellate e urletti di gioia.

 70 anni e sentirli, avere coscienza dei proprio limiti tirando avanti senza mollare la presa.
 Piaccia o no, la lezione è questa.

Giuseppe Celano

Foto Luca Pietropaolo

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here