Elephant Stone @ Circolo degli Artisti [Roma, 17/Giugno/2014]

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Se per dare il nome alla tua band scegli il titolo di un pezzo degli Stone Roses parti già col piede giusto. Se poi la proposta è un’efficace fusione di psichedelia pop sixties, brit-pop nelle sue trentennali declinazioni e influenze indiane (come le origini del frontman Rishi Dhir) e decidi di definire il tutto “hindie rock”, allora non puoi che vincere a mani basse. A poco meno di un anno di distanza dall’apertura del concerto dei The Black Angels, gli Elephant Stone fanno ritorno al Circolo degli Artisti, stavolta da headliner per una serata ad ingresso gratuito che vede anche un folto gruppo di tifosi brasiliani sostenere la Seleção nel giardino (Neymar Jr. e soci otterranno soltanto un pareggio a reti inviolate contro un buon Messico). In apertura ci sono i Neon Forest, band di recentissima formazione che si esibisce al locale di Via Casilina Vecchia per il primo live della sua giovane storia. Il gruppo è però composto da volti noti della scena romana (Elisa Manisco, Riccardo Papacci, Giovanni Rosace, Paolo Quaranta, Fabio Vellucci), tutti da tempo impegnati in un modo o nell’altro come musicisti, giornalisti, dj o organizzatori di eventi di qualità. Una storica prima volta a cui accorrono appositamente in tanti, facendo così registrare più presenze per la band spalla che per l’artista principale. Nella mezz’ora a disposizione i cinque offrono con orgoglio i primi frutti della propria attività compositiva. La proposta è di stampo prettamente shoegaze con cantato in inglese ma sa attingere sia dal noise rock di scuola americana sia dalla lezione dei Velvet Underground. Tecnicamente inappuntabili, i Neon Forest si mostrano già coesi nelle dinamiche strumentali. Per i futuri live ci aspetteremmo però un impatto più deciso delle chitarre, i cui suoni sono apparsi smorzati nella potenza che il genere richiederebbe. La voce di Fabio Vellucci, invece, ci è sembrata fuori contesto: troppo nitida, troppo pulita. In ogni caso, una nuova band è nata e ne attendiamo con curiosità gli sviluppi futuri.

Rapido cambio palco ed è tempo di dare il via al mantra degli Elephant Stone. I quattro di Montreal eseguono principalmente i brani dell’ottimo secondo album omonimo, recuperando poco dal pur buon esordio ‘The Seven Seas’. Vengono inoltre presentati alcuni dei pezzi che andranno a comporre ‘The Three Poisons’, il terzo disco in uscita a fine agosto che, stando alle premesse, promette molto bene. La band è affiatata: Jean-Gabriel Lambert disegna ariose trame chitarristiche jangly sostenute dal drumming sempre vario di Miles Dupire. Stephen Venkatarangam si divide tra synth e farfisa, contribuendo all’innesto delle sonorità di stampo indiano. Il frontman Rishi Dhir traina la band con il suo corposo basso Rickenbacker ed è protagonista di una prova vocale ammaliante, ma è quando siede a gambe incrociate e imbraccia il sitar che si toccano le vette del concerto. L’abilità con cui gli Elephant Stone riescono ad inserire la tradizione indiana all’interno di una proposta prettamente occidentale è il vero quid pluris del gruppo, soprattutto perché tale matrimonio sonoro viene celebrato con estrema disinvoltura e naturalezza (basti citare la strumentale ‘Sally Go Round The Sun’), senza forzature o patetiche commistioni da baraccone. Il fine, d’altronde, è creare piccole gemme di psych-pop, in un viaggio musicale che parte da ‘Within You Without You’ dei Beatles, passa per Doors – la convincente cover di ‘L.A. Woman’ è l’unico bis eseguito dalla band – Stone Roses e Kula Shaker e arriva fino ai Tame Impala o a quei Brian Jonestown Massacre e Black Angels di cui lo stesso Rishi è stato collaboratore. L’originalità magari latita ma non l’ispirazione, la qualità nella realizzazione, la varietà di soluzioni. Che il dio-elefante induista Ganesha li protegga e li assista.

Livio Ghilardi

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