Einstürzende Neubauten @ Eutropia [Roma, 25/Giugno/2015]

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A Blixa Bargeld e soci, a dispetto della glaciale teutonicità, non ha mai fatto difetto una certa ironia, evidente anche nella scelta di aggiungere la dicitura “Greatest Hits” a parte delle date di questo tour estivo: a dirmi tale locuzione per primo, fu il mitico Alexander Hacke durante una breve chiacchierata dopo il suo, in verità indigesto, concerto in compagnia della moglie Danielle De Picciotto di qualche mese fa a Londra (qui). Un modo per distinguere in una maniera tipicamente mainstream, un universo che non ha mai toccato il combo berlinese, le diverse serate di questo giro europeo diviso tra la riproposizione di brani pescati dagli oltre trenta anni di fulgida carriera della band oppure solo del nuovo e monumentale ‘Lament’, opera a sé e che Roma ha già avuto l’onore di ospitare nel novembre scorso, serata immensa (qui il mio report) seppure funestata dall’infortunio di Blixa Bargeld che resistette stoico fino alla fine del concerto prima di alzar bandiera bianca per il resto di quel tour. La prima di queste ulteriori sei date italiane divise tra spazi aperti e teatri ha luogo nell’ambito del festival Eutropia, nel cuore di Testaccio dove una decade fa sorgeva il tendone del fu Villaggio Globale. Un ritorno sul luogo del delitto visto che lì gli EN tennero un famoso concerto strapieno di gente visto anche il prezzo popolare del biglietto (qui il report di Alessandro Bonanni), era il tour di “Perpetuum Mobile” ovvero solo il secondo di appena quattro effettivi dischi in studio distillati dall’alba del nuovo millennio. Non una scelta casuale, semmai un rispetto per il proprio pubblico secondo solo a quello per sé stessi: non è il caso di dir alcunché se non vi è la necessità totale di tutto il collettivo e soprattutto devono esserci gli stimoli, la curiosità e un maniacale lavoro di ricerca prima, proprio ciò che la band ha ritrovato in un lavoro “su commissione” come ‘Lament’. Le necessità e le curiosità personali ogni membro della band le alimenta come preferisce e in campo musicale se n’è avuta tanta prova, con i progetti di Bargeld assieme ad Alva Noto e Teho Teardo, lo stesso Hacke coinvolto anche nei The Ministry Of Wolves, le ricerche sonore di Rudi Moser e Jochen Arbeit, quest’ultimo anche in collaborazione con Fabrizio Modenese Palumbo, e così via. Un modo di cambiare e di evolversi, non solo anagraficamente. Non stupisca dunque se una band che ha attraversato lo studio e l’ode controllata al rumore per poi inaugurare gli anni 2000 con la sensualità del silenzio abbia concentrato quasi interamente la serata sui brani partoriti solo da allora, come del resto avviene già da qualche anno, il loro personale zeitgeist odierno. E dire che, invece, il mio arrivo verso l’ex Mattatoio è stato scandito dalle sensuali noti di basso che sorreggono ‘Die Interimsliebenden’, dopo aver perso l’iniziale ‘The Garden’, seguito dalla irrefrenabile, ancora infernale ‘Haus Der Lüge’, altrettante concessioni al passato e neanche il più lontano degli Einstürzende Neubauten. Con la più indolente e rarefatta ‘Dead Friends (Around The Corner)’, scandita dall’incedere metallico prodotto da Moser e Unruh con parte della strumentazione marchio di fabbrica (locuzione mai più azzeccata) della band, tra lastre di lamiere e tubi di pvc, e sferzata dalle raggelanti acute urla modulate da Blixa, la serata si sposta definitivamente verso la produzione più “calma”, “controllata”, volendo anche più “melodica” dei nostri (e le virgolette sono tutte d’obbligo), ad esempio tra le pieghe evocative di ‘Nagorny Karabach’. Immancabile il brano che forse più rappresenta la summa della band, quella amara e disillusa ‘Die Befindlichkeit Des Landes’ che Blixa ama ricordare con un accenno di nostalgia come partorita proprio il primo giorno del Duemila, un brano animato da una intensità senza cedimenti e con quella parte centrale totalmente incentrata sulla più pura ricerca del rumore in un’ottica futurista, con tanto di Blixa che modula le frequenze di una vecchia radio sulle sferzati metallare di Hacker e metalliche di tutte gli altri, fino al finale in crescendo, un assoluto capolavoro e primo di una buona mezza dozzina di estratti dal seminale ‘Silence is Sexy’, con la successiva e altisonante ‘Sonnenbarke’ e l’emotiva dolcezza di ‘Sabrina’, non prima di un sussulto per l’accenno dell’apocalittica ‘Halber Mensh’ a introdurre ‘Von wegen’. Infine, l’incontro dal carattere quasi psicologico in musica su ‘Susej’ sorta di dialogo interiore tra il Blixa che fu e quello attuale come spiegato da lui stesso. Nei due bis, spazio ancora a ‘Silence is Sexy’ a rimarcarne l’importanza e il ruolo chiave nella loro discografia, con  l’immenso trittico finale a cavallo dei due bis ‘Redukt’, ‘Alles’ e ‘Total Eclipse Of The Sun’, dal ritornello vorticoso in chiusura come brano “a cui dovete ripensare sulla via di casa” fra i sorrisi complici di Blixa e Alex. La nuda realtà è che si è trattato di un concerto con poche vere differenze da quello dell’Auditorium (qui) di quattro anni fa. Ma resta lo stupore per la magniloquenza compita e misurata, per il tintinnare di una cascate di lamiere, per gli squarci di espressionismo e dada filtrati da sonorità non comuni, siano il drumming su una ruota dentata o su serie di tubi. La coerenza è importante, conta il saper portar avanti le proprie idee con ostinazione e pervicacia, conta farlo restando impermeabili alle mode e alle brevi transizioni. E gli ex ragazzi di Berlino Ovest, pur a distanza siderale dagli anni dei concerti in cui letteralmente radevano al suolo quei nuovi edifici che li ospitavano, nei loro completi sobri ed eleganti (se si esclude la discutibile mise total white con camicia a pois del solitamente più ombroso Jochen Arbeit) possono stagliarsi ancora sui palchi a testa alta, forti di un magnetismo inattaccabile.

Piero Apruzzese

Foto Silvia Mazzilli

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