Einstürzende Neubauten @ Auditorium [Roma, 30/Novembre/2014]

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Tiro le somme del 2014 concertistico: per quel che mi riguarda, in un altro anno pieno di acts fantastici, il titolo di migliore va agli Swans (correte subito a vedere le classifiche di Nerds Attack!, se non lo avete già fatto) ma lo spettacolo affascinante messo in piedi dagli Einstürzende Neubauten per il loro nuovo lavoro ‘Lament’ è sicuramente il più stimolante e denso. Di musica e rumore, come da loro ci si aspetta, di lirica, intensità e una miriade di riferimenti. Paradossale che sia, al momento, il disco dell’anno per me visto che è in questa sede che dovrebbe esser gustato e vissuto. Tuttavia, mi piace pur pensare di aver scelto l’approccio giusto resistendo alla curiosità di un ascolto prima del live: questo particolare album ha rappresentato una vera sfida per Bargeld e soci che hanno osato e collaborato a vari livelli con storiografi e archivisti per reperire materiale relativo alla prima guerra mondiale, in modo da poterlo presentare a Diskmuide nel giorno del centenario dell’inizio delle ostilità, proprio la regione delle Fiandre è l’ente che ha commissionato loro il progetto. Un’opera complessa, introdotta già da qualche tempo con interviste e riferimenti sul sito della band e, per la serata in questione, vissuta anche con l’ausilio di un utile programma in vendita fuori dalla sala Santa Cecilia.

La dichiarazione di guerra di ‘Kriegsmachinerie’ rimanda alla loro forza selvaggia delle origini, ora certo più controllata ma l’effetto nel vedere Alexander Hacke e Andrew Chudy intenti a percuotere una superficie di ferro con catene e a rovesciarci su altra ferraglia, mentre un Blixa glaciale solleva cartelli che spiegano perché “la guerra non è mai catturata o incatenata”, riporta certo ai loro momenti più industrial. La libertà con cui si sono rapportati a un repertorio storico enorme è evidente nelle nuove soluzioni, dai canti in coro nel delirante mix di inni nazionali ‘Hymnen’ alla voce modulata in ‘The Willy-Nicky Telegrams’, in cui Blixa e Alexander interpretano Federico Guglielmo di Prussia e Nikolaj Romanov intenti a comunicare via telegrafo, o la disturbante arpa di fil di ferro percossa da Chudy in ‘In De Loopgraaf’. Straniante e tribale il lungo riassunto di ‘Der 1. Weltkrieg’ in cui il conflitto viene musicato con un battito per ogni giorno di ogni paese coinvolto nella guerra, a percuotere le tubature ci pensano ancora Hacke, Chudy e Rudolf Moser mentre Blixa declama gli anni e i nomi degli stati entrati nel conflitto. Un marcato contrasto con il vuoto pneumatico di ‘Achterland’, dove un accompagnamento minimale di rumori e sample fa da cornice ai testi dell’oscuro scrittore fiammingo in odor di dada Paul Van Den Broeck. La convinzione di aver investito energie in un progetto che trascende il lato puramente musicale è evidente anche nelle introduzioni che in cui si prodiga Blixa prima di ogni brano, sorprende il recupero di ‘Armenia’ visto che in più interviste lo stesso Bargeld aveva lasciato intendere che avrebbero suonato solo ‘Lament’ nella sua interezza e nient’altro. A seguire, ecco l’omaggio alla truppa afroamericana degli Harlem Hellfighters, raccontando la loro epopea con i toni quasi gospel di ‘On Patrol In No Man’s Land’, anche qui uno stacco netto verso quel che sarà l’apice della serata, proprio la traccia ‘Lament’ divisa in tre movimenti: un’introduzione con uno scenario dark ambient sorretto da vocalizzi, prima sferzato da bordate noise/elettriche, poi ridotto in cenere e trasfigurato in una più tenue melodia di archi, un quartetto sul palco di cui tre giovanissimi italiani, che lascia via via spazio a frammenti fonografici, alcuni chiaramente in italiano, del periodo. Un affresco monumentale e spiazzante, che cede il passo solo all’inquietante ‘How did I die?’: “We give you a different songs / difference is in the song / difference makes the song” canta Blixa, in un brano che paradossalmente rimanda, almeno nella parte iniziale, tanto a ‘Silence Is Sexy’ quanto alla collaborazione con Teho Teardo: il crescendo sostenuto ancora dagli archi e dal piano e dalla voce di Blixa sempre più nervosa e marziale, fino all’esplosione corale di tutto l’ensemble è un finale di set sontuoso e c’è da spellarsi le mani dagli applausi. Un fan in prima fila si alza in piedi per porgergli la mano, Blixa con un gesto gli impone di tornare a sedersi, poi lascia la scena. Al rientro, la sua giacca elegante lascia il posto a un chiassoso soprabito bianco, per omaggiare Marlene Dietrich, basta un attimo tuttavia a rovinare la serata: complice l’oscurità, Blixa non si avvede dello spazio in cui cammina e mette un piede oltre il palco, una gamba resta incastrata tra il bordo del palco, la scaletta al lato e una cassa. Dopo alcuni interminabili secondi viene estratto e appare visibilmente sofferente ma chiede solo di esser portato vicino al microfono e così avviene, con un roadie e Rudolf Moser che lo sorreggono: un “That wasn’t fun!” è l’unico commento prima di cantare ‘Sag Mir Wo Die Blumen Sind’, la cover in tedesco di ‘Where Have All The Flowers Gone’ di Pete Seeger e Joe Hickerson, interpretata al tempo proprio dalla Dietrich. Al termine del brano, una breve consultazione con gli altri membri della band nel silenzio della sala prima della decisione finale di portare comunque a termine il concerto. E la stima per l’uomo Bargeld a mille, che pur da seduto (e con il resto del tour annullato, come annunciato due giorni dopo) sa come rendere ancora travolgente ‘Let’s Do It a Dada’, con tanto di dedica /sfida ai futuristi Russolo e Marinetti. ‘All Of No Man’s Land Is Ours’, con Jochen Arbeit alla melodica, chiude in maniera tragica e disillusa l’omaggio agli Hellfighters, celebrati come effimeri eroi in America prima di ritornare fra i “ranghi” della segregazione. Il commiato definitivo è affidato a ‘Ich Gehe Jetzt’ che ricordo come uno dei brani migliori di ‘Alles Wieder Offen’. Un concerto sensibilmente diverso da quello di tre anni fa sempre all’Auditorium ma che, come allora, lascia la convinzione inossidabile che gli Einstürzende Neubauten siano un gruppo unico, inappuntabile, voglioso ancora,  anche dopo oltre tre decadi, di sperimentare, osare e sorprendere.

Piero Apruzzese