Einstürzende Neubauten @ Auditorium [Roma, 1/Giugno/2011]

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30 anni di carriera alle spalle e non sentirli. Una banalità, forse. Eppure, sono convinto che quest’affermazione vedrebbe d’accordo anche chi gli Einstürzende Neubauten li ha visti dal vivo negli anni’80 ed è qui stasera. Il vero “festeggiamento” italiano per il loro trentennale Blixa Bargeld e soci l’avevano già tenuto a Bologna a ottobre scorso (leggi il report di Andrea Rocca), ora tornano nella Capitale, 7 anni dopo il concerto allo Spazio Boario (leggi), stavolta all’Auditorium. Lo spettacolo di stasera è anche un’anteprima del festival Meet In Town che si terrà qui il 22 e 23 luglio e che vedrà sul palco, fra gli altri, Primal Scream e Lamb. Per celebrare le leggende teutoniche dell’industrial c’è un pubblico eterogeneo, il colore dominante è, inevitabilmente, il nero, sopratutto come sfondo per il simbolo della band su numerose t-shirt, indossate con orgoglio. E c’è chi se l’è tatuato e ci tiene a sfoggiarlo.

Una delle cose francamente incomprensibili dei concerti nelle sale dell’Auditorium sono le condizioni in cui si esibiscono gli opener, tra gente che cerca i propri posti a sedere, tanto chiacchiericcio e luci accese. Decisamente un compositore come Teho Teardo avrebbe meritato più silenzio e attenzione ma è riuscito comunque a strappare meritatissimi applausi con atmosfere avvolgenti quanto noisy, solo chitarra elettrica, laptop e una violoncellista ad accompagnarlo. Finito il suo set, ciò che mi colpisce è la squadra di roadies degli EN: a parte il fatto che personalmente sottoporrei loro a un interrogatorio tanto per capire come si debba microfonare ogni pezzo della singolare strumentazione della band, ma poi sono instancabili, mai visto dei tecnici così presenti e pronti.

Si spengono le luci ed eccoli sul palco: Blixa è a piedi nudi e indossa un elegante doppiopetto grigio scuro, Alexander Hacke invece è in canottiera bianca e braccia tatuate in vista, sull’addome di entrambi fa capolino un po’ di pancetta. Jochen Arbeit, di contro, è quasi scheletrico. Alle loro spalle, su un rialzo, vi sono le postazioni, da sinistra a destra, di N.U. Unruh, Rudolf Moser e Ash Wednesday, con tutti i vari strumenti da percuotere e torturare, più le tastiere. L’attacco è con la delicata ‘Garden’ e il mantra “You will find me / if you want me / in the garden”. Il secondo brano, ‘Die Befindlichkeit Des Landes’ è introdotto così da Blixa: “l’ho scritto nel 1999, da allora Berlino è cambiata, molto, sopratutto l’architettura ha cambiato il centro della città e la sua storia e non mi piace” (cosa aspettarsi, del resto, dai ‘Nuovi Edifici Che Crollano’?!). Quindi, un uno-due da urlo, tratto dalla produzione migliore della band, con ‘Halber Mensch’ e ‘Die Interimsliebenden’ seguiti dalla più recente ‘Nagorny Karabach’, “un pezzo dedicato a una città dell’Armenia”. E così il concerto procede, alternando brani che esaltano il muro di rumore marchio di fabbrica del gruppo ad atmosfere più essenziali e rarefatte.

Blixa è ammaliante, canta, modula urli da brivido (è clamoroso quando risponde con un acuto al fischio di un fan raggiungendo, senza apparente sforzo, la stessa frequenza e tonalità) e spiega, qui e là, la genesi di qualche brano, quasi un amarcord, narrando di canzoni i cui testi li ha scritti in cucina ed altri registrati ad Amburgo in un piccolo studio situato lungo l’Elba, “con un suono particolare dato dall’acqua del fiume che vi entrava con l’alta marea”. E mentre Alexander, al basso, si scatena durante i pezzi più tirati con un furioso headbanging, N.U. Unruh resta sull’attenti quando non c’è bisogno di lui (molto raramente) ma è spesso al centro dell’azione percuotendo spranghe, elastici in tensione, lamiere, tubi, provoca perfino una cascata di posate sul palco! Rudolf, invece, è perlopiù impegnato sul suo metallico pseudodrumset ma durante il concerto lo si vede anche nella veste di percussionista di un bidone fino anche a suonare con le spazzole una ruota dentata.

Scorrono altri pezzi tra cui ‘Dead Friends’, ‘Sabrina’, ‘Susej’ mentre ‘Let’s Do It a Dada’ è da delirio, con Jochen che mette da parte la chitarra per partecipare al muro di rumore, gettando violentemente vari oggetti in un cono metallico (come quello ritratto sulla copertina di ‘Alles Wieder Offen’) mentre Rudolf sfodera il Black&Decker per violentare il suo armamentario di lamiere e Blixa sogghigna, infilzando un vinile su un trapano, scracthandolo con un bicchere e scandendo “Signor Russolo, is it too loud for you?”. Due bis tra l’entuasiasmo del pubblico in platea, tutti in piedi con buona pace del personale dell’Auditorium, spiccano ‘Redukt’, ‘Headcliner’ e un brano che non ho riconosciuto e che, da quel poco che ho capito (per colpa del solito vicino di posto coglione che non sa star zitto quando dovrebbe), non avrebbero eseguito addirittura dal 1983 (ma, su questo punto, accetto correzioni o smentite). Ad ogni modo, una serata da incorniciare: anche dopo 30 anni, la danza dell’Apocalisse degli Einstürzende Neubauten colpisce e affascina.

Piero Apruzzese