Efterklang @ Init [Roma, 9/Febbraio/2008]

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Dopo un salto volante al Circolo degli Artisti, dove ho giusto il tempo di vedere il concerto dei bresciani Edwood, mi muovo di corsa (in senso materiale) dall’altra parte del giardino, ovvero all’Init club che si presenta in tutta la sua essenza di indie-club vecchio stampo. Piuttosto buio, freddino, ma riscaldato da tanto calore umano, a partire dal personale all’ingresso. Il “redivivo” Init, infatti, nonostante i sostanziali e profondi lavori di ristrutturazione, mantiene in pieno il fascino “underground” che aveva qualche anno fa.

Purtroppo, nonostante le undici siano passate giusto da qualche minuto, mi rendo presto conto di essermi perso incredibilmente il concerto di Peter Broderick. Peccato davvero. Ad ogni modo l’ambiente è quello dei migliori. Sala gremita di gente, chiacchiericcio di fondo, clima di attesa. Intorno alle undici e mezza salgono sul palco gli attesissimi Efterklang, un collettivo danese di otto elementi di cui si parla un gran bene e che mi è capitato addirittura di ascoltare su Radio Rai all’ora di pranzo (!?!). Biondi, fisici nordici, gli Efterklang stupiscono sin dal loro ingresso in scena per il costume indossato: pantaloni di stoffa bianca, a bracaloni e piuttosto “ascellari”, camicie nere a maniche lunghe, bretelle bianche ben in vista. Un abito un po’ da film muto (Chaplin meets Buster Keaton) un po’ da circo (tra clown e acrobata) e un po’ da cameriere di bistrot parigino. Insomma, una forma umile di presentarsi se tutti i riferimenti che mi vengono in mente attingono a elementi di memoria collettivo-popolare. L’impatto con il concerto è straordinario. Era da tanto tempo che aspettavo un concerto di questo tipo e non riuscivo a trovarlo. Otto multi-strumentisti con i fiocchi che attingono a tutti i generi possibili immaginabili con una sincerità disarmante: musica pop-olare (folk, musica bandistica, tradizione popolare danese, kleizmer, valse-musette), minimalismo elettronico di scuola nordica (Mùm, Boards Of Canada), eclettismo jazzy suonato in maniera indie (L’altra, Hood, Bark Psychosis). Tutto è suonato in maniera “professionale” ma anche straordinariamente emotiva: trombe, tromboni, diamonica, flauto, glockenspiel, violino, organo, basso, batteria, chitarra ma soprattutto cinque, sei, sette, otto voci alla volta. Che dire? Rimango basito di fronte a tanta bravura. Il gruppo snocciola tutto l’ultimo album e vecchie chicche del suo repertorio. Il pubblico ascolta attento, e con il dovuto rispetto che si mostra solo nei confronti dei più grandi. Il concerto finisce nella fusione completa tra pubblico e musica suonata, come dovrebbe sempre avvenire. Il banchetto del merchandising è preso d’assalto e gran parte dei presenti esce dal locale con qualche ricordino tra le mani: dischi, vinili, magliette, cartoline, posterini, spillettine. Concludo su un elemento a mio avviso cruciale del live set degli Efterklang. Ciò che lo rende una spanna sopra a tanti altri concerti di questo tipo che mi è capitato di vedere. Gli Efterklang, proprio perché sono dei musicisti duttili e di livello, sono stati in grado di dosare e fondere il terzetto “basso-chitarra-batteria” (strumenti canonici del pop-rock) agli altri numerosissimi strumenti, senza sopravanzare e soffocarli. Ecco. Questa in ambito indie è una consapevolezza che hanno in pochi. Ad esempio, quando vidi i Mùm dal vivo qualche hanno fa – i Mùm in versione “combo”, sia ben chiaro – questo equilibrio non c’era: tutti gli arrangiamenti venivano soffocati, letteralmente soffocati, da una batteria ingombrante e dalla sensazione del “vorrei, ma non posso (non ci riesco)”. Arrivederci, ragazzi.

Michele Toffoli

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