Eels @ Auditorium [Roma, 8/Marzo/2008]

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Dopo il tour “Eels with strings” del 2005 e il tour “No strings attached” dell’anno successivo, prosegue l’opera di sottrazione operata da Mark Oliver Everett per quanto riguarda il sound delle esibizioni live della sua creatura. Quello che ci aspetta stasera è “una notte con Eels” e già dal nome si preannuncia una dimensione più intimista rispetto al suono più orchestrale e più elettrico dei due tour precedenti.

Arrivo trafelato all’Auditorium, ritiro il biglietto al banco, saluto Leonardo chiamandolo Lorenzo e mi dirigo veloce verso la sala Sinopoli dove mi attende un’ottima poltrona centrale in sesta fila. Dopo qualche minuto su un grande lenzuolo bianco che nasconde il palco viene proiettato il docufilm “Parallel Worlds, Parallel Lives” (che meriterebbe una recensione a parte) di circa un’ora che vede il nostro eroe E impegnato nella scoperta della fisica quantistica e degli studi del padre defunto (Hugh Everett III, famoso fisico, che da giovane scambiava lettere anche con Albert Einstein) riguardanti l’ipotetica esistenza di mondi paralleli. Il film è interessante sia come ripasso dei miei studi universitari che come conferma della poetica di E: durante tutta la carriera non ha fatto altro che raccontarci le sue disgrazie, i suoi lutti familiari (in ordine, prima il padre, poi la sorella suicida e infine la madre), le sue reazioni a cotanta sfiga… perchè mai dovrebbe smettere ora? E questo concerto sembra l’occasione adatta per ribadire che tutto quello che E ha scritto nelle sue canzoni è in pratica la sua vita, che non ci ha mai detto balle e che ora è lì per raccontarcela a quattro occhi, faccia a faccia (quasi). E a confermarcelo ci pensa una voce dagli altoparlanti che ci avverte che quella che sta per iniziare è una storia vera. Sul palco ora E è solo con la sua chitarra elettrica ed inizia a suonare delicatamente la meravigliosa ‘Grace Kelly Blues’. Prima di sedersi al piano per una commovente (anche se dal titolo non si direbbe) ‘It’s A Motherfucker’, ci chiede se siamo lì per vedere da vicino il figlio di un famoso fisico e ci prega di tradurre a chi non sa l’inglese tutto quello che dirà, compresi i testi delle canzoni. Su ‘Strawberry Blonde’ entra anche il suo compare multistrumentista The Chet (all’anagrafe Jeffrey Lyster). Qualche pezzo (‘Souljacker pt. I’ su tutti) perde di mordente in questa dimensione intimista, ma altri (esemplare è ‘Elizabeth On The Bathroom Floor’ con loop elettronici, chitarra e sega, ma anche ‘Last Time We Spoke’) ne guadagnano in drammaticità e pathos. Solo all’ottavo brano (‘Climbing To The Moon’) The Chet passa alla batteria e sentire il colpo di grancassa è un salutare tuffo al cuore.

Dopo l’allegro ma non troppo di ‘I Like Birds’ inizia la parte peculiare di questo tour: mentre E legge lettere di fan, recensioni della stampa dei loro concerti (ma anche di uno degli Eagles) e mentre The Chet in un reading racconta l’incontro tra E e l’attrice Angie Dickinson, ci si accorge che quel sottile confine tra arte e vita scompare. La sua arte per E è la sua vita, e viceversa (“è bello essere me, essere una rock star” dice mentre legge lettere dei fan). Senza una non esisterebbe l’altra, è inevitabile. Soprattutto quando l’arte è stata utilizzata come rifugio dai drammi della propria vita, ma anche come soluzione di questi. Raccontare di sè attraverso quel suo canto così sofferto, senza falsi pudori, in maniera commovente ma mai autoindulgente, è servito a Mark Oliver Everett a superare numerose crisi ed è servito a chi lo ascolta a capire un po’ di più il mistero (non il senso, sarebbe estremamente presuntuoso) di quella che a volte appare come un’esistenza priva di alcun significato. In pratica sembra proprio una serata fatta apposta per ringraziarci l’un l’altro. A questo punto è lecito il dubbio che, dopo tre tour consecutivi che fanno seguito alla pubblicazione del monumentale e apparentemente definitivo concept autobiografico “Blinking Lights And Other Revelations”, E possa considerare conclusa l’esperienza degli Eels. Staremo a vedere. L’unico limite del concerto, se proprio vogliamo essere pignoli, è che non è per tutti: chi non conosce bene gli Eels difficilmente rimarrà impressionato da questo tour e ancora più difficilmente riuscirà a coglierne il significato. Il vecchio tour con il quartetto d’archi era magari un’occasione migliore per portarci una ragazza e fare così una gran bella figura. Meno male che sono venuto da solo. Nel frattempo il concerto va avanti con ‘Jeannie’s Diary’, ‘The Sound Of Fear’, ‘Last Stop: This Town’ e ‘Flyswatter’ dove E e The Chet si scambiano per due volte gli strumenti (piano e batteria) senza mai interrompere il ritmo. Su ‘Novocaine For The Soul’ E si siede alla batteria, come per la successiva zeppeliniana cover ‘Good Times, Bad Times’ (titolo che ricorda ancora il testo di ‘It’s A Motherfucker’). Una consolante ‘Somebody Loves You’ e una dolcissima ‘Souljacker Pt. II’ chiudono il concerto. Stranamente i due non ritornano sul palco per i due bis (che hanno sempre eseguito in tutta Europa durante questo tour), lasciandomi un po’ di amaro in bocca, dopo una bellissima serata. Ma questo è un mio problema e magari ve ne parlerò meglio nel mio prossimo disco.

Daniele Gherardi

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