Editors @ Ippodromo delle Capannelle [Roma, 21/Luglio/2014]

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Scoprii gli Editors ai tempi del loro debutto ‘The Back Room’. Avevo quattordici/quindici anni e impazzii letteralmente per la voce di Tom Smith, per gli intrecci di chitarre, per quei riff di basso corposi e sostenuti. Conoscevo soltanto di nome i Joy Division, sapevo che triste fine avesse fatto Ian Curtis, avevo una vaga idea di cosa fosse la new-wave, degli U2 avevo ascoltato esclusivamente i lavori da ‘Achtung Baby’ in poi, mi avevano riferito che in fondo gli Editors non erano altro che “gli Interpol inglesi”. Cosa strana la provincia barese senza una connessione ADSL a disposizione, affidandosi soltanto ai pareri autorevoli delle riviste musicali e ai rivenditori di dischi online, quando MSN era la chat per eccellenza e MySpace sembrava dovesse diventare un social network eterno e insormontabile. Sono passati nove anni e tante cose sono cambiate, per primi gli Editors. Se ‘An End Has A Start’ era stato una versione maggiormente personale e ancor più riuscita di ‘The Back Room’, il terzo disco ‘In This Light And On This Evening’ rappresentava invece un lavoro maturo e coraggioso, nel quale le influenze synth-pop di New Order, Depeche Mode e Ultravox diventavano protagoniste assolute. Quindi la crisi, il conseguente abbandono del chitarrista Chris Urbanowicz, l’innesto alle sei corde di Justin Lockey, un viaggio a Nashville e l’uscita di ‘The Weight Of Your Love’, un album nuovamente diverso dai precedenti: la svolta americana degli Editors. Il primo ascolto del singolo ‘A Ton Of Love’ mi richiamò alla mente ‘Even Better Than The Real Thing’ degli U2, il secondo singolo ‘Honesty’ mi apparve una ballata degna di un pomeriggio fiacco su Virgin Radio. Il disco, nel complesso, riportava con capacità tutti gli stilemi (e gli stereotipi) dell’arena rock. Prendere o lasciare. Ho lasciato e ho preso aria altrove. Ciononostante, eccomi sotto al palco del Rock In Roma.

Dopo l’interessante esibizione dei Sizarr, promettente trio tedesco artefice di un pop elettronico tanto cupo quanto emotivo che non solo attinge a quel soul elettronico di cui James Blake è principale alfiere ma incorpora anche reminiscenze post-punk, con puntualità alle 22.15 fanno ingresso sul palco i cinque di Stafford. L’inizio è affidato a ‘Sugar’, brano dell’ultimo album. Subito si palesano le potenzialità della nuova formula della band, soprattutto dinanzi a un pubblico particolarmente caloroso e nutrito: i pezzi di ‘The Weight Of Your Love’ mirano a questo, in fondo. Tom saluta Milano invece che Roma e immediatamente si scusa per la colossale gaffe. Qualcun altro non sarebbe sopravvissuto a un simile errore ma stasera è lui che tiene le redini del gioco. Il trittico ‘Munich’/‘An End Has A Start’/‘All Sparks’ ci riporta ai primi due album, a quei cicloni chitarristici, a quel revival new wave che tanto avevamo apprezzato e che tanto mondo musicale ci aveva disvelato. Prima della corale ‘Bullets’ c’è ‘Formaldehyde’, uno dei brani recenti la cui efficacia, al cospetto dei pezzi più attempati, è sorprendente. Sullo sfondo il video di un ragazzo che va sullo skate in una città americana. Tom Smith si muove felino ed esalta la sua voce incredibilmente duttile. Quasi teatrale nei gesti e nell’interpretazione, siede al piano per una struggente e impietosa ‘The Racing Rats’, prima di togliersi la giacca e ripescare la b-side ‘A Life As A Ghost’. Sulla successiva ‘Eat Raw Meat = Blood Drool’ per la prima volta si alza in piedi sul pianoforte in posa plastica. Del timido cantante/chitarrista degli esordi non c’è più nulla: Tom ha appreso la lezione di Dave Gahan e magneticamente suscita le reazioni del suo pubblico, riuscendo a tenerlo col fiato sospeso su ‘In This Light And On This Evening’ o ammaliandolo su ‘Bricks And Mortar’. ‘A Ton Of Love’ dischiude tutte le sue qualità rivelandosi un anthem da cantare a squarciagola (chi ha amato ‘The Weight Of Love’ direbbe “confermandosi”). Le chitarre di ‘Bones’, che un tempo richiamavano come in seduta spiritica The Edge, oggi vivono di vita propria. ‘Honesty’ continua invece ad essermi del tutto indigesta: probabilmente il pezzo più inopportuno che gli Editors potessero scrivere. Da perfetto contraltare arriva invece quello che in assoluto è il pezzo più intenso che Tom Smith e soci abbiano mai composto: ‘Smokers Outside The Hospital Doors’. L’intro solenne di batteria porta alle prime note di piano e ai versi decantati dalla voce baritonale del frontman, quindi un’esplosione improvvisa, di nuovo un crescendo guidato da un basso dolcemente imperioso conduce al ritornello, liberatorio e altisonante. Sul religioso break centrale le doti interpretative di Tom Smith si palesano definitivamente; la ripartenza col basso e il climax conclusivo sostenuto dal drumming incessante di Ed Lay sono l’apoteosi. Il concerto potrebbe tranquillamente concludersi qui, ma il frontman torna da solo sulla scena imbracciando una chitarra acustica ed esegue la depechemodeiana ‘The Weight’: priva di ogni altro strumento non è più ‘Angel’, piuttosto ‘Dream On’. ‘Two Hearted Spider’ e ‘Nothing’ poco aggiungono a quanto già detto dalla band nel resto del concerto e sembrano essere lì principalmente a regalare ulteriore spazio all’ultimo album (‘Hyena’ o ‘What Is This Thing Called Love’ avrebbero decisamente sortito miglior effetto). La chiusura definitiva spetta a ‘Papillon’, primo singolo di ‘In This Light And On This Evening’, probabilmente il brano più coraggioso e musicalmente completo presente nella discografia della band. Uno di quelli che tra dieci anni probabilmente ascolteremo e balleremo ancora entusiasti. Il suggello conclusivo, l’espressione più pura del talento degli Editors. Di classe da vendere, d’altronde, la band inglese ne ha tanta, a partire dal suo capace frontman. Il live capitolino ha ulteriormente testimoniato le capacità del quintetto e garantito le prospettive di un gruppo che può ambire ad acquisire il blasone di gente come Coldplay, Muse o ancora Arcade Fire. Dal vivo gli Editors riescono a creare ciò che band del livello dei Killers, ad esempio, pagherebbero oro pur di produrre. ‘The Weight Of Your Love’ e quanto ne è conseguito è un limbo: un ulteriore approdo nella carriera di un gruppo che sembra già proiettato in avanti. Tocca a Tom Smith, adesso, mettersi definitivamente in gioco e capire cosa vogliono essere gli Editors da grandi, se fare due timidi ma azzeccati passi di danza e abbandonare la pista o se imporsi a re del ballo. A me andrebbero benissimo anche come gruppo di culto, ma perché tarpare le ali dell’ambizione quando, nonostante ‘Honesty’, c’è estro?

Livio Ghilardi

Twitter: @livioghilardi

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