Ebony Bones! @ Circolo degli Artisti [Roma, 30/Ottobre/2009]

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Dalla soap a Glastonbury, passando per il libro della Genesi. Davvero un personaggio bizzarro, la britannica Ebony Thomas, in arte Ebony Bones!. Dopo avere recitato per sette anni nella serie televisiva “Family Affairs”, il folletto d’ebano dai ricci improbabili e dall’età non specificata, si mette a giocare in cameretta mescolando electro, bottiglie di birra e (il manuale mai scritto del) Do It Yourself. La leggenda narra che ‘We Know All About U’, singolo fatto in casa ed ispirato al sarcasmo Orwelliano, nel 2007 esordisce come “Single of the week” a BBC Radio, diventando il brano di un’artista senza contratto più programmato di Radio 1. Dalla BBC a Rolling Stone, NME, The Guardian, Q, e chi più ne ha più ne metta, il passo è breve. Ebony parteciperà a Glasto nel 2007, e anche nei due anni successivi, passando da un concerto in supporto alle Slits a quello, nel 2008 a New York, in supporto a Obama. Nel 2009, finalmente, l’album di debutto. La londinese multicolor si produce e arrangia da sola ‘Bones Of My Bones’, rubando il titolo al libro della Genesi (e il cognome d’arte al personaggio comico Mr. Bones). “It fits perfectly, it’s raw and abrasive and, like Adam to Eve, this entire album feels like an extension of me. I’m ridiculously excited about it”, avrebbe dichiarato in merito al verso da cui prende spunto il nome dell’album (“Ossa delle mie ossa, carne della mia carne…”). Ma sarà la solita fuffa, tutto questo hype mediatico (che, comunque, pare non raggiungere il Belpaese)? O questa ragazza ha davvero qualcosa di nuovo da proporre?

Discendente diretta di M.I.A. e Santogold, Ebony Bones! è una vera temeraria del crossover. Saltando (dal vivo, anche letteralmente) dai ritmi funk a un’immediatezza intrinsecamente (post)punk, la giovane londinese ha un feeling innato con tutto quello che fa rima con ritmo, sia esso tribale o elettronico. Il suo estro creativo, dal look alla verve alle scelte musicali, potrebbe addirittura andare d’accordo col mainstream, senza sembrare immediatamente plasticoso al tatto (e all’ascolto). ‘Bones Of My Bones’ aggredisce l’ascoltatore con tensioni sintetiche, fiati caraibici, ritmi neri in stile Liquid Liquid, ritornelli che salgono e scendono di tonalità e una formazione con base rock (ma senza basso) certificata dalla presenza di un batterista Dannato (Rat Scabbies, direttamente dei Damned). Il Circolo non è – prevedibilmente – strapieno. La tipica controtendenza italiana, rispetto ai sold out che Ebony sta raccogliendo in giro per l’Europa.

Una serie di fischi insistenti, irrompono nell’attesa sorniona del giardino del Circolo. Ci si guarda intorno, interrogandoci sulla provenienza. Uno scherzo? Una chiamata alle armi? Il circo che arriva in città? Entrando nella sala, l’intuizione è che sia un misto di tutte e tre: sette personaggi in technicolor, un chitarrista con una maschera maya, due coriste che marciano sul posto fischiando a più non posso, una sassofonista celata da una maschera, due tastieristi semiseri ed un batterista – l’unico – in borghese, preparano a dovere l’entrata della regina. Probabilmente lo show più colorato e festoso che il Circolo abbia mai ospitato negli ultimi anni, il live di Ebony Bones (che, a quanto pare, disegna personalmente gli abiti delle sue fedeli ancelle) è un misto tra la New York underground-danzereccia dei primi ottanta, l’incontro tra contaminazione e trend della East London degli ultimi anni e l’energia esotico-primitiva del continente nero. Dal manifesto Bonesiano di ‘W.A.R.R.I.O.R’ al piglio dance di ‘The Muzik’ (su cui la povera Ebony cade clamorosamente, mostrando non poco disappunto verso se stessa), passando per il miscuglio tra digitale e manuale (synth vs barattoli tamburellati delle coriste) di ‘We Know All About You’, quella di stasera sembra, piuttosto, una festa ben riuscita. La fatina punk funk improvvisa coreografie col pubblico, sfoggiando uno slang londinese degno del miglior cockney, salta senza sosta ed importuna i suoi fidi guerrieri mentre suonano. Si mette in posa, incita il pubblico, chiacchiera, dà (vero) spettacolo da (vera) entertainer. Non si smette di ballare, e l’incastro tra techno-pop-funk-electro-qualchecosa che potrebbe destare sospetti di operazione commerciale su disco, si rivela tutta ottima farina del suo (estroso) sacco. A quanto pare amante delle cover (al Primavera Sound incluse nel set la consumata ‘Seven Nation Army’), il folletto Ebony prende alla sprovvista non tanto con l’esecuzione di una funkettonissima ‘Another Brick In The Wall’, quanto con la conclusiva ‘I Wanna Be Your Dog’, forse il bis più inaspettato che il popolo electro-nerd si potesse aspettare. Una che sa proporre un pop accessibile ma quantomeno originale, affrontando anche temi politici  – da ‘In G.O.D. We Trust (Gold, Oil & Drugs)’ a ‘Story of St. Ockwell’, riferita all’uccisone di un giovane brasiliano scambiato per terrorista dalla polizia inglese – è una che va tenuta d’occhio. Parola di Damon Albarn.

Chiara Colli