Earth + Sabbath Assembly @ Init [Roma, 27/Aprile/2011]

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Una giornata di pioggia preannuncia l’arrivo a Roma dei Sabbath Assembly, ma soprattutto degli Earth, band capostipite di quel genere conosciuto come drone metal. Una volta gli Earth di Dylan Carlson erano il male, una interessante via di mezzo tra i Melvins più metallari e un vecchio stanco di vivere che si trascina con un bastone. Chiunque mercoledì sera si sia avvicinato all’Init con l’intento di vedere quegli Earth sarà rimasto sicuramente amareggiato, deluso, probabilmente anche un po’ incazzato (18 euro di biglietto non sono certo pochi).

Danno il la alle danze i Sabbath Assembly, americani da quel che si riesce a scovare su internet, probabilmente di New York, tre uomini e una donna (l’intrigante cantante Jex). Fanno un rock psichedelico di piena matrice settantiana, un incontro tra i Grateful Dead e Janis Joplin ad un concerto dei Black Sabbath, e tra le loro influenze (per loro stessa ammissione!) troviamo band del calibro di Gesù Cristo, Geova, Lucifero e Satana. Qui non si scherza, è tutto vero, basta leggere sul loro myspace. E così i newyorkesi ci danno dentro con la musica e con le invocazioni al demonio e ad altre anti-divinità per circa tre quarti d’ora. Carino, pittoresco, peccato che non si sentisse praticamente nulla a causa dei bassissimi volumi della band (per dire: si percepiva benissimo la plettrata della chitarra, che orrore!). Non staremo qui a raccontare tutti i tapping tentati e puntualmente sbagliati dal chitarrista nel finale, gli errori del batterista dall’improvvisata impostazione jazzy, la mancanza di esplosività nella voce di Jex. Ci limiteremo a dire che probabilmente non è uscito fuori il concerto che volevano proporre, e alla fine dei conti non sono proprio una band da buttar via.

Successivamente è il turno degli Earth, dei divini Earth, dei re del drone e del “tremolio del sottopalla” (perdonatemi la definizione ma l’effetto più evidente di questo genere durante i live è proprio il suddetto tremolio). Il pubblico li attende con ansia, ed accompagnati da un sottofondo folk i membri (stavolta un uomo e tre donne piuttosto mascoline) si sistemano, accordano gli strumenti, regolano i volumi. Chitarra, batteria, basso, violoncello. Dai che ora comincia a vibrare tutto, dai che uscirò dall’Init con la testa staccata dal collo. Alle prime note di ‘Old Black’, brano d’apertura dell’ultimo disco “Angels Of Darkness, Demons Of Light 1”, è già chiaro che ci si troverà dinnanzi ad un altro concerto. Ed infatti così fu. Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate! Dimenticatevi il male, dimenticatevi le distorsioni disumane, ma soprattutto dimenticatevi il sopracitato tremolio, perché quello che vi si parerà davanti sarà niente popò di meno che un concerto di un’ora e mezza di una monotonia disumana, che non lascerà spazio ad altro se non che a sbadigli, che sorprenderà chiunque con il suo drone “pulito”, per nulla gracchiante, per nulla diabolico. Gli unici bagliori di luce del concerto saranno i flash dei fotografi, interrotti però da Dylan Carlson mediante un ben assestato calcio in faccia ad un fotografo accompagnato dal grido “NO FLASH!”. Non basteranno le scuse rivolte al pubblico, non basterà la battuta “vengo male con gli occhi rossi”; il legame che poteva essersi instaurato tra il leader della band ed una parte del pubblico sembra essersi inevitabilmente dissolto. Così finì l’esperienza Earth a Roma: con qualche fan entusiasta dei propri idoli, con qualcun altro leggermente deluso per via del concerto noioso, e con qualcun altro ancora decisamente incazzato per i 18 euro buttati.

Stefano Ribeca

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