Early Day Miners @ Circolo degli Artisti [Roma, 18/Gennaio/2007]

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[I Dominanti]
Non nascondevo una certa curiosità. Nel rivedere in cattività una delle formazioni più stimolanti uscite dall’alcova apatica della capitale negli ultimi 2-3 anni. “Ci siamo!” avevamo esclamato in un recente live report a proposito dell’imminente debutto discografico del quartetto. “Ci sono già da parecchio” conviene aggiungere in questa occasione. Se “Erzefilisch” è ormai come uno spermatozoo eccitato al cancelletto di partenza. I Thrangh hanno voglia di fecondare tutto il territorio che li circonda. Ancora. In mezz’ora. Ma se nelle altre occasioni si parlava ripetutamente di “assalto” da oggi bisogna parlare solo di “dominio”. Se c’è un assalto si presuppone ci sia un contrattacco. Un’azione di difesa. Una pausa strategica. Il nuovo corso dei Thrangh spazza via invece similitudini, premeditazioni, correlazioni, decompressioni e cazzate. Non c’è spazio per sentire gli applausi. Non c’è spazio per ringraziare. Figuriamoci per interagire. La folgore metallica si abbatte in un giovedì sonnacchioso come il turbine letale che colpì Ulisse e i fratelli avidi di conoscenza dopo aver scorto la cima. E’ la montagna sacra. Ed è di proprietà dei Thrangh. La natura è rivelata.

[Un treno]
Conviene munirsi di abbonamento alle Ferrovie dello Stato. Ogni qual volta si decide di avvicinarsi al trio per antonomasia e salire sul loro treno. Ma è troppo riduttivo sostituire un nome comune con un nome proprio. Dunque sarà meglio dire: ogni qual volta si decide di avvicinarsi ai NoHayBanda Trio. Uno dei tanti rami fioriti dall’albero maestro Fabio Recchia. Che il talento fa si che sprigioni idee da circoletto rosso coadiuvate da musica detonante. Con il sax di Marcello Allulli e la batteria di Lele Tommasi si crea un impasto diretto quanto raffinato, avvolgente quanto variegato. Fotografato da “Tsuzuku” e da una performance live che richiama sempre attenzione, ammirazione finanche stupore. La simultaneità esecutiva di Recchia (chitarra e basso vinti e trasmutati in tastiera) è il cardine di una proposta che disegna traiettorie collanti tra più mondi sonori. La lenta apertura da colonna sonora sembra ricamata da Lev Thermen prima che il posto venga preso da ambientazioni jazz rock, convuslioni funky, pianure post armoniche e slanci d’improvvisazione controllata. Un autentico treno. Con un’unica tratta. Da capolinea a capolinea.

[La Gente Comune]
Bloomington è al centro dell’Indiana. La “terra degli Indiani” è uno stato che in parte vive sul riflesso del confinante Michigan. Case rosse e piccole città a nord in antitesi con la zona meridionale più desolata e ricoperta di foreste. Bloomington per la sua posizione assorbe dunque le vibrazioni culturali e morfologiche delle due metà. Bloomington fino al 2000 (anno di esordio degli Early Day Miners) era musicalmente famosa per aver dato i natali a John Mellencamp e David Lee Roth. Poco male. Ma la storia dei nostri è radicata durante un freddo inverno del 1994. Il nome del gruppo è Ativin (ancora attivo su Secretly Canadian) dove agisce Rory Leitch che verrà raggiunto da Daniel Burton per un debutto patrocinato da Steve Albini. Ma la storia è fatta (molto spesso) per essere cambiata, corretta o quanto meno ritoccata. Da una diaspora è nata una stella luminosa. Oggi gli EDM sono un giocattolo a sei che produce in technicolor. Una cooperativa musicale senza apparenti punti fissi. E racconta proprio di quella parte più a sud. Racconta di diradazioni temporali. Di desolazioni del cuore e dell’anima. Bloomington potrebbe essere così un nuovo avamposto della terra dei ghiacci. Dove il buio soffoca la luce. Dove il battito della natura è ascoltabile oltre qualsiasi rumore. Burton e compagni sono a Roma (seconda di tre date tricolori) sospinti dall’evocativa forza del quinto lapislazzulo “Offshore”, titolo che riprende un brano contenuto nel secondo “Let Us Garlands Bring”, vetta isolata di un apice artistico mai più raggiunto. E’ gente comune. E’ gente normale. Facce della provincia americana. Professionisti della dimensione umana. Piccoli impacci nella carburazione iniziale e poi decisi verso l’opera di estensione sensoriale. Se tra il pubblico ci fossero state le orecchie a sventola di Mark Hollis avremmo potuto raccogliere a caldo attimi di godimento (forse). Se Montreal fosse stata annessa al Lazio avremmo trovato in sala il crocchio orchestrale dei Godspeed You Black Emperor!. Se Kevin Shields avesse avuto un amico romano a due isolati dal Circolo degli Artisti avremmo potuto scorgere i suoi occhiali incastonati in quella faccia da nerd. Se ci fosse stato un volo diretto Austin-Fiumicino saremmo rimasti ostaggio degli Explosions In The Sky. Ma sono solo fantasie. Che vengono appiccicate in un collage di percezioni mentre la musica degli EDM scorre senza respiro non rispettando una misura apparente. Quanto è strana l’innocenza.

Emanuele Tamagnini

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