Eagles Of Death Metal + Haunts @ Sala Caracol [Madrid, 25/Marzo/2009]

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A un’impressione forte può corrispondere una realtà altrettanto convincente. E anche molto divertente. Un autobus privato (con annesso rimorchio), tendine abbassate. Chissà cosa ci sarà (e soprattutto cosa ci succederà) dentro. E figurati se si faranno vedere prima (e dopo) del concerto. E invece, ecco Brian O’ Connor, il bassista, scendere con una supposta fiancée e portarsela chissà dove, mano nella mano (ha davvero delle mani mostruose, altro che “Big Hands”). Poi s’avvista di sfuggita Dave “Davey Jo” Catching, col suo improbabile ciuffo biondo. Ma Jesse è davvero quello che si fa meno problemi di tutti: si avvicina, scambia chiacchiere, concede foto e autografi e fa beneficenza, concedendo generosi ingressi gratuiti ai bisognosi, specialmente se ragazze. Ma i suoi regali sono bipartisan. Realmente una persona alla mano, disponibile e autoironica. Forse gli EODM non diventeranno mai una band epocale; ma sicuramente il loro antidivismo e il loro spirito goliardico fanno guadagnare loro innumerevoli punti sul curriculum. Insomma, le premesse erano eccellenti. Ma veniamo alla cronaca.

Nuovo concerto, nuova sala. Già da tempo segnata con una X sulla mia lista di locali da vedere, la Sala Caracol non delude le attese. A metà fra una Locanda Atlantide e un Circolo (per dare un’idea), conta su un palco ben ampio, bancone adeguatamente lungo sulla sinistra e set di amplificazione di tutto rispetto. Certo, dopo il concerto, il dj non ci fa una gran bella figura (salta più volte il disco, in una compilation che punta fondamentalmente sui Red Hot Chili Peppers…) ma almeno l’ambiente è gradevole. Poco da dire sull’acustica: piazzatomi in primissima fila, non era esattamente quella la posizione migliore per giudicare. Ma è il tributo da pagare ai concerti “fisici”.

L’onore del battesimo spetta agli Haunts. Il nome non mi è totalmente nuovo, ma in pratica non li conosco. Si presentano in formazione classica a quattro: batteria, basso, chitarra e cantante che si barcamena tra tastiere e seconda chitarra. Incipit discreto e buon affiatamento, ma la formula, alla lunga, tende a farsi ripetitiva. Per farsi un’idea, a me hanno ricordato i Bloc Party conditi con qualcosa dei Radio 4. E anche un po’ di Kasabian. E indovinate di dove sono? Bravi, inglesi. Di Londra, per di più. Non che non siano bravi. Intendiamoci: per aver suonato mezz’ora, hanno fatto la loro bella figura. Coinvolgenti e disinvolti quanto basta per intrattenere e tenere caldo il pubblico. Bassi ben presenti, ritornelli orecchiabili e ritmi che fanno l’occhiolino al dance-funk. Tuttavia, non so quanto riuscirei a sostenere una loro ora e mezza. Il rischio peggiore è che finiscano per rappresentare un tassello in più nel mosaico già intricato e fitto dell’ultima ondata dei gruppi-cloni inglesi. Ma potrebbero avere le capacità per non cadere nella trappola del clichè. Auguri.

L’ingresso in campo degli Eagles Of Death Metal è salutato con un’attesa ovazione. E Jesse Hughes comincia sin dal principio a scherzare e a offrire quello spettacolo nello spettacolo che saranno le sue mosse e smorfie. Prima del concerto, erano cominciate a girare inevitabili voci sulla possibile presenza di Josh Homme, subito però smentite. Dietro le pelli, il suo ambasciatore Joey Castillo. E da una parte, meglio così: la sua ingombrante presenza avrebbe forse oscurato i dovuti meriti del gruppo. La mia invidiabile posizione mi permette di leggere la scaletta: pronostico rispettato, s’inizia con ‘I Only Want You’, dal primo album. S’inizia, cioè, col botto. A questo punto, occorre tenere conto di due cose: il concerto vissuto e quello ascoltato. Perché, da questo secondo punto di vista, ci sarebbe qualche appunto da fare. Ho idea che, prima del concerto, O’Connor abbia malandrinamente alzato a palla il suo volume: insomma, il basso la faceva da padrone, tanto che spesse volte ad esso venivano lasciati anche compiti melodici, oltre che ritmici. Si aggiunga il fatto che era distorto in maniera quasi insana (da non intendersi per forza negativamente, certo) e se ne ricava matematicamente il livello di frequenze intorno al quale si girava. Questo tutto a scapito della voce (come un canarino in una fabbrica metallurgica) e, soprattutto, della chitarra del povero Catching, i cui assoli venivano letteralmente affondati da quegli altri tre indiavolati che, dietro, picchiavano come fabbri. Ma, come ho detto prima, stiamo parlando di un concerto “fisico”. Cosicché tutto questo passa in secondo piano per dare spazio a sensazioni di estremo godimento. Suono, rumore, sudore e ironia frullati e da trangugiare d’un sol sorso, e senza discutere. I pezzi si susseguono senza soluzione di continuità e senza dare troppo tempo per riflettere, in un’orgia d’allegria e divertimento puri. La scaletta è già convincente di per sé, ma i nostri la cambiano in corsa, per di più migliorandola. E così abbiamo gli stop & go di ‘Don’t Move (I Came To Make A Bang)’, i coretti impertinenti di ‘Heart On’, la chiassosa e disinvolta ballata ‘Now I’m A Fool’, l’andamento scanzonato di ‘Whorehoppin’ (Shit, Goddamn)’ e così via dicendo. Il regalo personale, questa volta, è ‘I Like To Move In The Night’: non prevista in scaletta, arriva improvvisa come un fulmine a ciel sereno e così do fondo a quel poco di dignità che mi restava. Il concerto prosegue spedito e trascinante, raggiungendo i vertici con una versione accelerata e barbara di ‘Stuck In The Middle With You’, con l’ipercinesi di ‘I Want You So Hard (Boy’s Bad News)’ e con il riff marziale di ‘Cherry Cola’. Trova posto anche una divertente cover di ‘Brown Sugar’. In tutto questo, tra un pezzo e l’altro, Jesse Hughes mette in mostra il suo cabaret personale: prima andando su e giù inquieto come un carcerato, poi ballando in stile sixties, infine pettinandosi i baffi e pettinando l’immobile ciuffo di Catching, scatenando così l’ilarità e l’adorazione del pubblico. I nostri sembravano, tra l’altro, loro stessi molto presi dalla situazione: Jesse ammetterà di aver realizzato il primo sold out in Europa, ringraziandone a più riprese gli astanti. Ma al vero delirio bisognava ancora arrivarci. Pur cercando di non leggere troppo la scaletta, per non rovinarmi la sorpresa, non riesco a fare a meno di notare l’ultimo pezzo in scaletta. Sì, d’altronde era l’unica hit che davvero mancava all’appello…’Speaking In Tongues’. E il pubblico madrileno (correttissimo come sempre, anche troppo, visto che avrei gradito anche un po’ più di movimento) approva, lasciandosi definitivamente andare. Gli EODM regalano così una versione potentissima e dilatata del pezzo: Hughes e Catching duellano con gli assoli, mentre O’Connor e Castillo fanno girare le turbine, lasciando il pubblico letteralmente sfatto, ma soddisfatto.

Non paga, la band continua ad aggirarsi inquieta per il locale anche dopo lo show. A ulteriore dimostrazione di umiltà, si concede tranquillamente all’attenzione dei fans, con conseguenze a tratti esilaranti. Su tutte, una foto col rude O’Connor, con cartone di latte e pane in cassetta in mano. Anche i duri ci tengono alla salute.Un’ora e mezza di concerto, ma sulla pelle si sentiva almeno un’ora in più.Finora, detiene il titolo di concerto più divertente dell’anno. E sarà dura rubarglielo. Come dicono da queste parti, ¡de puta madre, tío!

Eugenio Zazzara

Jesse Hughes – altri scatti esclusivi su: NERDSPHOTOATTACK

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