Duran Duran @ Postepay Rock In Roma [Roma, 7/Giugno/2016]

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Si sono spesi e consumati più luoghi comuni in questi giorni di Duran Duran in Italia che negli ultimi cinque anni almeno. Sempre e solo gli anni ’80, i paninari, l’edonismo, la plastica, il dualismo con gli Spandau Ballet, il pop, volevosposaresimonlebon, l’effetto nostalgia. Chiacchiericcio spazzatura. Non avrei perso questo concerto neanche se mi avessero offerto un viaggio premio in un’isola caraibica. La datazione personale della nascita della band di Birmingham – che in quegli anni è avvolta dalle nebbie e dai fumi (veri) della new wave più intransigente e/o glaciale e ancora oggi ricordata come una delle città più interessanti e colpevolmente sottovalutate di quell’intera epopea musicale – è da sempre fissata nella primavera del 1980, quando cioè in formazione entra Simon Le Bon (appena 22enne) qualche tempo dopo l’uscita di Stephen Duffy (si proprio “Tin Tin”) e del clarinettista Simon Colley. Birmingham è però anche il simbolo del new romantic (una delle costole meno amate dai puristi del post punk colorato di inchiostro nero) fiorito a metà degli anni ’70 grazie alla boutique Kahn & Bell, che prendeva le distanze dall’estetica punk che dominava il resto del paese in quel periodo. Ma anche il Degville’s Dispensary, negozio di Martin Degville (figura chiave del new romantic style di Birmingham e successivamente cantante e fashion designer degli sguaiati Sigue Sigue Sputnik) situato dentro il mercato al coperto Oasis al Bull Ring Centre. Un esempio da seguire (si correli alla voce Boy George, suo compagno di appartamento, dichiaratamente ispirato per la futura avventura Culture Club). E poi il club riferimento: il Rum Runner di Broad Street che fu artefice dell’ascesa e del successo proprio dei Duran Duran (per il nome si approfondisca l’altro locale faro della città, il Barbarella’s, dove Roger Taylor aveva fatto gavetta in band punk locali) ma anche di Dexys Midnight Runners, Stephen Duffy, The Au Pairs e The Bureau e che negli anni precedenti era invece frequentato dal giro Black Sabbath e da quello degli spettacolari The Move.

Il 15 giugno 1981 è lo zeitgeist del New Romantic (in questo caso scritto con lettere maiuscole). Viene pubblicato infatti l’esordio omonimo che seppur esteticamente cavalcato da uno stile decisamente semi-orrendo (se visto con occhi invecchiati di 35 anni) è invece supportato da un cristallino pop sintetico magistralmente derivato da Roxy Music e David Bowie in fase “post”. Attitudine e mascara. I Duran Duran penetrano in classifica con la velocità di un razzo fotonico. Capirete che in uno scenario come quello appena descritto il chiacchiericcio spazzatura di cui sopra assume toni deprimenti. Mai raggiunti neanche dall’entrata della band negli anni ’90 sedotti e stuprati dall’alternative e dalla musica di Seattle. Si pensi al sottovalutato ‘The Wedding Album’ del 1993 (il virtuoso e fondamentale Warren Cuccurullo è già in line up da qualche anno) probabilmente l’ultimo colpo di coda inciso su disco ottico. Il nuovo millennio (cinque gli album pubblicati dai quali strizzando se ne tirerebbe fuori uno da applausi) ha invece incastonato nel glitter la grande voglia di un gruppo di esserci ancora, tra integrità e divertimento, quello di cui ho bisogno questa sera. E la nostalgia può andare tranquillamente a farsi fottere.

Dopo un violento monsonico temporale, a cui Roma è da tempo abituata, è la piacevole frescura ad avvolgerci sulla strada che porta all’Ippodromo vestito a festa per la prima del Postepay. Duran Duran significa anche trasversalità generazionale = famiglie, bambini, gente della mia età, ragazzi, gioventù curiosa e rispettosa. Una intro con tanto di foto sparata sul wall in stile Queen-Mick Rock introduce il sestetto + 2 (rafforzato cioè da uomosax, chitarrista e coriste) e già dalle prime note di ‘Paper Gods’ comprendiamo come la band sia di un livello superiore, i suoni cioè escono cristallini e potenti, e anche questi pezzi (non certo il massimo della discografia duraniana) appaiono avvolgenti e assolutamente apprezzabili. Nick Rhodes (fresco 54enne) è la solita imperturbabile figura, maestro d’eleganza e musica, come il suo puntuale dirimpettaio Roger Taylor, mentre impellato e carismatico l’acclamato John percuote il basso in un’orgia di groove che spedisce direttamente al mittente Simon Le Bon. Pantalone bianco e maglietta della casa, il frontman non lesina quelle “mossette” che lo hanno reso sex symbol da oltre 70 milioni di dischi venduti, cerca di conversare in italiano, balla, saltella, si mette a quattro zampe, smuove le prime file e soprattutto canta anche se l’impressione iniziale è che la voce sia leggermente “giù”. Eppure con tanto mestiere non ci saranno cadute di tono, anzi, mentre scorrono i successi di una vita intervallati da qualche concessione recente. Il toccante tributo a David Bowie è ‘Planet Earth’ che si trasforma in ‘Space Oddity’ (VIDEO), ‘Ordinary World’ a seguire prima che ‘I Don’t Want Your Love’ lasci il campo ad una versione stracool di ‘White Lines’. Un pezzo altamente antipatico come ‘(Reach Up for The) Sunrise‘ sparato sul palco assume toni nettamente migliori a conferma della bontà d’esecuzione dei protagonisti. Poi il finale è una raffica di tuffi al cuore. L’elenco è d’obbligo: ‘New Moon On Monday’, ‘The Reflex’, ‘Girls On Film’ (probabilmente il mio pezzo preferito della loro intera avventura) e il bis concretizzato da ‘Save A Prayer’ (a telefoni accesi) e ‘Rio’. Show impeccabile di una band “aggiornata” con grande mestiere al 2016. Attitudine e mascara. Semplicemente Duran Duran.

Emanuele Tamagnini

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