Duke Garwood @ Monk [Roma, 23/Febbraio/2017]

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Duke Garwood è un polistrumentista inglese, classe 1969, autore di sei album a proprio nome dal 2005 ad oggi, di cui l’ultimo, “Garden Of Ashes”, è stato pubblicato il 3 febbraio scorso per la Heavenly Recordings. Il giardino ipotizzato dal cantautore rappresenta il luogo perfetto dove recuperare sé stessi, in cui convogliare la rabbia maturata contro il dolore e la follia generate dal degrado sociale e culturale che ci circonda. Il suo è un folk dall’animo crepuscolare, che si avvicina più alla psichedelia californiana e al blues ipnotico dalle suggestioni desertiche, rispetto alla pur ricca tradizione britannica del genere. La sua carriera ha avuto una svolta netta grazie all’interessamento di Mark Lanegan, che lo ha voluto nella sua band per l’incisione di “Blues Funeral”, ritorno discografico solista del 2012. Nel 2013 i due pubblicano a quattro mani il disco “Black Pudding”. Nel 2015, anno in cui Garwood alza il tiro con la realizzazione dell’album “Heavy Love” (missato da Lanegan stesso e dal produttore dei QOTSA Alain Johannes negli studi di Josh Homme), il rocker statunitense lo invita ad aprire le date dei suoi concerti. Lanegan incenserà spesso l’amico, definendolo uno tra i suoi artisti preferiti e considerando la loro collaborazione tra le migliori della propria esperienza artistica. Anche Kurt Vile e Greg Dulli lo amano e Josh T. Pearson avrà parole di stima per lui, definendolo quanto di più vicino al paradiso si possa raggiungere con una chitarra. Tra le collaborazioni ricordiamo anche quella come chitarrista con gli Orb e come clarinettista nei primi due dischi degli Archie Bronson Outfit, nell’esordio delle Savages e nel rifacimento dei Master Musicians of Jajouka con Shezad Dawood. Il primo appuntamento stagionale di Barks Live ci offre l’occasione giusta per saggiare le qualità di Garwood nell’accezione più intima della sua musica, che nel comodo salotto della sala camini del Monk Club, aquista un’aurea ancor più confidenziale.

La serata ha inizio alle 22.00 con il duo londinese delle Smoke Fairies. Nella musica di Jessica Davies e Katherine Blamire si combinano la concretezza del blues e la spiritualità del folk britannico, con ammiccamenti al pop e al classic rock. Anche loro godono di referenze importanti di gente come Bryan Ferry, Richard Hawley e soprattutto Jack White. Quest’ultimo le ha volute in apertura di alcuni concerti dei Dead Weather e ha prodotto per la sua Third Man Records uno split tra le due band, suonando anche batteria e chitarra nel loro brano. Da allora hanno inciso quattro album ed alcuni singoli. La loro performance si consuma in poco più di mezzora. Sette brani in cui le due cantanti e chitarriste elettriche si cimentano in una commistione affascinante delle peculiarità del loro suono, dando prova di personalità e tecnica sia vocale che strumentale. Incastri di arpeggi e melodie, voci che si doppiano, si puntellano e si rincorrono, cambi di accordature e di dinamiche, uso dello slide. Brani che richiamano la tradizione folk d’Albione e virano nel rock come nei Fairport Convention o nei Pentangle, altri deviano in un blues più ipnotico alla maniera di Nick Cave o delle desert sessions incise da PJ Harvey, altri ancora sfiorano la psichedelia californiana che fu dei Byrds, dei Dead o dei CSNY. La prima volta a Roma per loro e per quanto mi riguarda davvero una piacevole sorpresa.

La pausa non arriva al quarto d’ora e Garwood sale sul palco accompagnato dal batterista Paul May. Il suo drumming è ampio e leggero, quasi jazzato, tutto rullante, charleston e piatti. In un paio di brani usa il timpano, la cassa è sempre delicata, mentre il tom credo che non lo abbia mai neppure sfiorato. Il chitarrista originario del Kent satura subito il suono della sua Gibson, lo rende grosso e spesso sulle basse, mentre la voce rimane per scelta anche troppo dentro al resto. Gioca con il feedback nel primo brano, esplora un deserto elettrico nel secondo e nel terzo. Il quarto si basa su un arpeggio reiterato, una percussione sui piatti ed una voce quasi recitata che ricorda Lou Reed. L’omaggio ai Velvet Underground si compie di fatto nel quinto, mentre il successivo riporta i confini dentro un rock blues più convenzionale. A questo punto richiama sul palco le Smoke Fairies ad armonizzare vocalmente nei cinque brani del suo ultimo disco in cui hanno collaborato. Lo show improvvisamente decolla. Qualche piccola incertezza avvertita in precedenza si dissolve e tutto diventa più fluido. In un crescendo finale si mischiano elementi di musica nera, blues, soul e persino gospel, con ambientazioni quasi western e richiami psichedelici. La chiusura del concerto, così come del disco, è affidata alla memorabile “Coldblooded the Return”. Si compie così in un’ora, suddivisa in una dozzina di brani e senza bis, un’esibizione forse non perfetta, ma sicuramente di buona levatura e di future aspettative.

Cristiano Cervoni

Foto dell’autore

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